Guerra di primedonne a Berlino: Pauline Lucca

Pauline

Riuscì persino a convincere il riottoso Bismarck a farsi ritrarre al suo fianco e la fotografia fu venduta, nonostante la preoccupazione del cancelliere di ferro, in migliaia di esemplari in tutta la Germania. Viso da bambolina e temperamento da erinni, Pauline Lucca era potente e capricciosa; da un punto di vista puramente vocale non abbagliava forse come Adelina Patti o Christine Nilsson ma più di queste era capace di sedurre il pubblico con un magnetismo e una caratura d’interprete e di attrice assolutamente eccezionali. Pauline Lucca fu la rivale di tutte e fu sempre bugiarda e priva di scrupoli come una vera primadonna non può permettersi di non essere. Lei e Adelina Patti si sarebbero probabilmente accoltellate a vicenda, ma per tutta la vita ostentarono un reciproco amore sororale su cui già Herman Klein, che le aveva conosciute entrambe, dichiarava di nutrire parecchi dubbi (Great women-singers of my time, New York 1931).
Viennese di nascita (25 aprile 1841) ma italiana di origini, cresciuta in una famiglia priva di mezzi e rivelatasi quasi per caso detentrice di uno strumento vocale fuori del comune, studiò canto e fu corista alla Hofoper prima di ottenere un ingaggio nel teatro non certo primario di Olmütz, oggi Olomouc nella Repubblica Ceca. Qui nel 1859 riscosse come Elvira nell’Ernani un successo clamoroso, la cui fama travalicò i confini cittadini. Praga le propose un ingaggio e la bella Pauline, per liberarsi dal contratto che la legava a Olmütz, giocò furbescamente la carta dello scandalo. Proclamò di essere stata pesantemente insultata da un collega durante una prova e pretese scuse formali e pubbliche, altrimenti – disse – se ne sarebbe andata per sempre. Andarsene? La direzione la minacciò di arresto ma era proprio questo che Pauline aspettava per dar luogo a un geniale colpo di scena: si presentò alla prigione cittadina e pretese di essere presa in consegna in quanto decisa a rompere unilateralmente il contratto. Si fece una notte in cella ma già il mattino dopo lo scandalo in città aveva assunto tali dimensioni che il collega maleducato fu costretto a sottomettersi alla farsa delle pubbliche scuse. Radiosa ella uscì di cella, clemente come Tito perdonò… e se ne andò a Praga.
Nella capitale boema affrontò ruoli ben più impegnativi di quelli di lirico-leggero che aveva frequentato fino ad allora e a colpi di Valentina (degli Ugonotti) e di Norma fece rotolare la propria fama fino a Berlino da dove, pare su sollecitazione di Giacomo Meyerbeer, giunse ben presto la chiamata del Teatro di corte, accompagnata dall’offerta di un cachet che, si dice, nessuna debuttante si era mai visto proporre. Meyerbeer, che all’epoca abitava nella capitale prussiana, era al lavoro sull’Africaine e sognava di averla come prima Selika; la Lucca studiò effettivamente il ruolo con lui ma declinò l’offerta perché cantare a Parigi non le interessava e, soprattutto, non aveva né intenzione né voglia di imparare il francese.
Londra le piaceva di più, anche perché al Covent Garden le opere francesi si cantavano in italiano. Venne così nel 1863 un sensazionale debutto con la prediletta Valentina. L’anno dopo fu la volta di Margherita nel Faust a fianco di Mario e Jean-Baptiste Faure e puntuale come i temporali la domenica scoppiò lo scandalo. Era l’epoca nella quale la pruderie vittoriana intimava di coprire persino le gambe dei tavoli e non ci volle molto perché ai bigotti londinesi la Lucca sembrasse, nella scena del giardino, troppo coquette ed estroversa, troppo propensa a flirtare con lo stilizzatissimo Mario che, dissero, mai avrebbe potuto innamorarsi, lui esempio inarrivabile di stile e sublime eleganza, di una Margherita così sfacciata. Frederick Gye, l’impresario, giunse a temere dei guai col Lord Ciambellano e chiese a Pauline di moderarsi nel recitare questa “pericolosissima” scena (per chi non conosce l’opera: Faust e Margherita passeggiano in giardino, fine). Figurarsi la Lucca: la risposta fu che avrebbe fatto quello che voleva, e quello che voleva era tornarsene a Berlino. Cosa che fece senza por tempo in mezzo.
Dissero che era tutta una scusa, che di Londra si era stancata perché la nebbia del Tamigi le rovinava la voce e anche perché non sopportava il puzzo delle verdure marce che dal mercato di Covent Garden saliva nel teatro. Come che sia, Pauline era naturalmente troppo furba per rompere definitivamente con l’Inghilterra, Londra non era certo Olmütz. Negli anni successivi sarebbe tornata regolarmente al Covent Garden, dove fra molte altre cose fu (1865) Selika nel debutto londinese dell’Africana e (1867) Elisabetta in quello del Don Carlo. Il ruolo della regina nell’opera di Meyerbeer fu una delle sue più celebrate personificazioni ed Herman Klein ricorda come ogni anno la Lucca lo riproponesse ai londinesi assieme agli altri suoi ruoli favoriti, drammaticamente impegnativi come Valentina, Margherita o Leonora nella Favorita oppure deliziosamente leggeri come il suo celebrato Cherubino o la Zerlina del Fra Diavolo di Auber.
In quei turbinosi anni Sessanta cantò anche a Vienna, Hannover e Amburgo e riscosse trionfali successi a Mosca e San Pietroburgo.
Onusta di allori, riprese allora nel 1871 l’antica posizione di primadonna del Teatro di corte di Berlino. Dove però non solo Vilma von Voggenhuber e Lilli Lehmann non le lasciavano certo incontrastato il passo, ma anche e soprattutto Mathilde Mallinger regnava ormai da due anni. Se due galli non condividono un pollaio, men che meno si dà che due primedonne convivano serenamente sullo stesso palco. Specializzata nel creare occasioni per rompere i contratti, Pauline Lucca dichiarò guerra alla Mallinger e così si arrivò alla rovente serata del 27 gennaio 1872. Ma il finale di questa storia merita una puntata a sé.

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