Il regista vuole furbetto

dataDamiano Michieletto mi ha sempre dato l’idea di essere uno furbo, fin da quando, anni fa, vidi a Bologna una Gazza ladra che aveva debuttato qualche tempo prima a Pesaro raccogliendo lodi unanimi e premi, a cominciare se non sbaglio dall’Abbiati.
Perché furbo? Perché mi sembrò già allora che la sua regia non fosse altro che una normalissima, banalissima, tradizionalissima regia d’opera che si travestiva da spettacolo d’avanguardia giocando su due o tre ideuzze che facevano moderno ma non disturbavano troppo. Pensavo oggi, guardando la Bohéme messa in scena fra universali osanna nel 2012 al Festival di Salisburgo, che negli anni la strategia non si è sostanzialmente modificata. E il problema resta lo stesso: togli il sussulto del fuoriscala (qui l’enorme finestra che contiene tutte le scene), togli lo smarrimento di una Mimì in giubbotto di cuoio nero e quello che resta è una Bohéme che avremmo potuto vedere a Vercelli nel ’56, con cantanti che fanno esattamente le stesse cose di sempre. Pochi ormai fanno caso al fatto che quello che si vede sulla scena non corrisponde a ciò che i personaggi dicono: a tutto ci si abitua e quindi, per esempio, che le battute di gendarmi e lattivendole nel terzo atto perdano di senso perché essi sono diventati rispettivamente venditori di panini e prostitute non costituisce un problema. Anzi, nei momenti in cui il gioco esce particolarmente allo scoperto (ad esempio quando Mimì chiede di accendere il lume porgendo a Rodolfo una sigaretta) esso viene considerato prova della sagacia del moderno regista. E naturalmente della modernità dello spettatore medesimo, che da questi dettagli all’acqua di rose riceve l’illusione di trovarsi sulla medesima lunghezza d’onda delle più aggiornate avanguardie.
La mia impressione, invece, è che al di là della cura con la quale questa patinata moderna rappresentazione viene allestita, alla base di tutto ci sia un sostanziale disinteresse (mascherato dalle trovatine) per quello che dovrebbe essere il vero lavoro del regista: entrare nel dramma, lavorare sul rapporto fra musica e testo e sulle relazioni fra i personaggi, agire in maniera decisiva sulla recitazione dei cantanti e partorire idee finalizzate non all’autocompiacimento di regista e spettatori ma alla creazione di emozioni.
Poca strada corre, nella sostanza, fra le marachelle dello pseudo-enfant terrible Michieletto e le bianche colonne e i mantelli di Pizzi e Gasparon: nell’insieme costituiscono la calligrafica, elegante e rassicurante risposta italica alle sgradevolezze del germanico regietheater.
La verità, come sempre, sta nel mezzo ed è sempre complicata da individuare e tirar fuori. E per farlo servono registi veri.

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5 risposte a Il regista vuole furbetto

  1. Felice Invernici ha detto:

    Sono completamente d’accordo! Era da tempo che non sentivo un commento così “intelligente” riguardo alle regie cosiddette “contemporanee”. Grazie.

  2. Marco ha detto:

    Da sottoscrivere in toto. Le regie di Michieletto sono stipate di banalità/scemenze. Ma non sarebbe più onesto riscrivere anche i libretti ed effettuare arrangiamenti della musica ed avere spettacoli “ispirati a…”?

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