Mahler, lo zingaro e la principessa

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Una splendida promenade card del fotografo viennese Josef Székely documenta uno dei grandi momenti del luminoso ma combattuto decennio (1897-1907) che vide Gustav Mahler alla guida della Hofoper di Vienna. Vi appaiono Selma Kurz ed Erik Schmedes nei ruoli della Principessa e del Principe del Nord, protagonisti dell’opera di Alexander von Zemlinsky Es war einmal (C’era una volta), che nel teatro di corte della capitale austriaca ebbe la sua prima assoluta il 22 gennaio 1900.
Era la seconda opera di Zemlinsky e il franco successo che ottenne contribuì in maniera sostanziale alla definitiva affermazione del ventinovenne compositore. Circa un anno e mezzo prima, nel giugno 1898, egli aveva sottoposto la partitura a Mahler, sempre alla ricerca di nuovi titoli da presentare alla Hofoper, suscitando però in lui numerose perplessità. Mahler intuiva le qualità del lavoro ma vi trovava anche lungaggini, ripetizioni e persino involontarie citazioni al limite del plagio. Aveva dato però fiducia al giovane collega, proponendogli di procedere sotto la sua guida a una sostanziale revisione della partitura, che diede luogo all’edizione poi andata in scena. Critica e pubblico reagirono con molto favore e persino il vecchio Hanslick, pur preoccupato per i segnali di wagnerismo (per lui, la prima delle dannazioni) che vi rinveniva, espresse lodi per l’opera. La quale ebbe fino alla metà di aprile altre 10 rappresentazioni, tutte dirette da Mahler e interpretate da Schmedes e dalla Kurz. Un’altra, isolata, fu data a marzo dell’anno dopo, poi per quei misteri spesso insondabili che guidano la sorte della fortuna teatrale, più nulla tranne due isolate riprese: a Mannheim verso il 1910 (dove fu ribattezzata Es war zweimal, dal numero di recite che ebbe prima di cadere) e a Praga nel 1912. Ha avuto qualche revival in anni recenti ed è stata anche incisa ma la sua è una rinascita a quanto pare difficile.
Come difficile era la vita di Mahler alla guida del teatro di Vienna: instancabile, perfezionista, nemico di ogni forma di compromesso, nemico della claque e dei ritardatari in sala. E per di più ebreo, dettaglio non indifferente in una città amministrata proprio in quegli anni da un sindaco platealmente antisemita che già suscitava la profonda stima di un tizio quasi senza arte né parte ma alla ricerca di un suo posto nella storia: Adolf Hitler. Mahler lavorava con incredibile (e in molti ambienti del teatro poco apprezzata) energia alla realizzazione del proprio ideale di un grande teatro dal vastissimo repertorio, non schiavo di nomi o divi ma attento piuttosto a realizzare spettacoli nei quali musica e scena, direzione, canto e regia fossero elementi paritari di una inscindibile unità. Le masse del teatro e la compagnia erano sottoposti a un ritmo di lavoro defatigante: i preziosi archivi on line della Internationale Gustav Mahler Gesellschaft raccontano come la preparazione della prima di Es war einmal sia durata un mese esatto e abbia visto in quei trenta giorni cinque prove al pianoforte, undici con l’orchestra, una prova probabilmente solo scenica e la generale. Tutto questo mentre il teatro era aperto sette sere la settimana, con un titolo diverso ogni sera. Ecco, per esempio, il cartellone della settimana che vide la prima dell’opera di Zemlinsky:
– 21 gennaio, lunedì: Der Freischütz, dir. Mahler
– 22 gennaio, martedì: Es war einmal, dir. Mahler
– 23 gennaio, mercoledì: Don Giovanni, dir. Hans Richter
– 24 gennaio, giovedì: Die Fledermaus, dir. Carl Luze
– 25 gennaio, venerdì: Es war einmal, dir. Mahler
– 26 gennaio, sabato: Hans Heiling, dir. Hans Richter
– 27 gennaio, domenica: Der Wildschütz, dir. Carl Luze.
Difficile capire quale scena rappresenti la fotografia di Székely, non essendo disponibili libretti o almeno trame minimamente dettagliate di questa Märchenoper (favola in musica potremmo dire noi). Il principe, travestito da zingaro, sembra prodursi in una sorta di incantesimo sotto gli occhi della principessa, che per il poco che ne sappiamo prima l’ha rifiutato e poi, per ripicca e non riconoscendolo sotto quelle mentite spoglie, si ostinerà a volerlo sposare, nonostante il ripudio del padre. Naturalmente, il capriccio si trasformerà in vero amore, lo zingaro si rivelerà principe e nel finale il bene e le ragioni della casta come sempre trionferanno. E’ interessante l’effetto della nuvola di fumo che esce dalla pentola fatata, sicuramente ottenuto non attraverso lo scatto della fotografia ma lavorando successivamente sulla lastra negativa.
Nel 1900, Selma Kurz era a Vienna da un anno, chiamata da Mahler e già impiegata come elemento fondamentale della compagnia dell’Opera di corte. Ancora prima del termine delle recite dell’opera di Zemlinsky avrebbe debuttato come protagonista, e sempre con Mahler sul podio, in un’altra novità per Vienna, la ciaikovskiana Iolanta. I due titoli furono galeotti perché proprio in quella prima primavera del nuovo secolo i due ebbero anche una fugace relazione sentimentale.
Erik Schmedes, danese di nascita e pianista avvicinatosi al canto su suggerimento di Pauline Viardot, era giunto a Vienna da Dresda un anno prima della Kurz e qui aveva debuttato come Sigfrido conquistando immediatamente il pubblico. Nei successivi venticinque anni avrebbe tenuto saldamente la scena come primo heldentenor, partecipando a numerose storiche prime viennesi: quella di Tiefland  di D’Albert (1908) ad esempio, quella di Parsifal (1914) e quella di Palestrina di Pfitzner (1919). Fu anche un celebre Florestan nel Fidelio e dal 1899 al 1906 cantò più volte sulla verde collina di Bayreuth, soprattutto il ruolo di Sigfrido.
Nel 1907 le difficoltà e la guerra apertamente dichiaratagli dentro e fuori il teatro avrebbero costretto Mahler a dare le dimissioni, più o meno obtorto collo accettate dall’imperatore. In dieci stagioni e mezza aveva rivoluzionato dalle fondamenta l’enorme e farraginoso baraccone dell’Opera di corte; aveva riunito a Vienna una compagnia stabile di nomi di abbagliante grandezza e in collaborazione col grande scenografo Alfred Roller aveva realizzato produzioni rimaste nella storia di opere di Wagner, Mozart, Beethoven, lasciando anche spazio a una grande quantità di titoli nuovi. Era evidentemente troppo per una città che già mostrava evidentissimi i segni della prossima disfatta dell’impero e così l’infaticabile maestro fu sacrificato in nome di una mai sufficientemente precisata “tradizione”. Che Mahler amava al punto da definirla Schlamperei, termine colorito per il quale, mi scusino le signore, non trovo altro equivalente in italiano se non il sonoro puttanata.

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3 risposte a Mahler, lo zingaro e la principessa

  1. Emilio ha detto:

    Your articles are always very fine. It is a pity that I can only read them through a bumpy translator, as I do not speak Italian, but it still is very interesting!

    • Winckelmann ha detto:

      Thank you, Emilio. In the past I’ve made some reflections about writing my articles in english, but it would be too much for my daily timetable, already dense enough. Thanks then to the bumpy translator, waiting for you to make some practice in the language of Felice Romani and Francesco Maria Piave!

  2. Isidoro ha detto:

    D’altro canto pare che fu proprio grazie a Zemlinsky che Alma cominciò a frequentare Mahler. ….

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