Parsifal, la vanitas e la lancia che non c’è

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Ovvero riflessioni a scoppio ritardato sulla scia del Parsifal bolognese nella messinscena di Romeo Castellucci.
Questa non è una recensione dello spettacolo, che ho visto il 18 gennaio, né tantomeno un tentativo di esegesi parsifaliana o castellucciana. Vorrei solo partire da quello che si è visto sul palcoscenico per cercare di capire perché uno spettacolo con molte belle cose e nel complesso magistralmente realizzato si è rivelato alla fine un po’ una ciambella senza buco, una sedia zoppa. Un peccato, perché la parte musicale si attestava su un livello alto: l’orchestra e Roberto Abbado mi sono sembrati eccellenti e il cast, nel quale l’umanissimo, dolente Gurnemanz di Gàbor Bretz si alzava una buona spanna sopra gli altri, era nel complesso molto buono. Se anche fossimo andati mossi soltanto dalle orecchie, il risultato sarebbe valso il viaggio.
La regia di Romeo Castellucci, creata a Bruxelles due anni fa e per Bologna, mi pare di aver capito, rielaborata, ha indubbiamente molti meriti, a partire da quello di un dominio strepitoso della scenotecnica, dai movimenti scenografici veri e propri fino alle luci e alle proiezioni. Soffre purtroppo del protagonismo che inficia molte regie di oggi, che nei fatti finiscono per rubare la scena all’elemento musicale, relegandolo al ruolo di più o meno impegnativa colonna sonora e mandando in frantumi quell’unità fra musica e palcoscenico che dovrebbe essere elemento fondante dello spettacolo d’opera. In più, soffre di un’altra sindrome assai diffusa fra i registi, quella dell’ipertrofizzazione; di simboli e di idee da un lato, di luoghi comuni dall’altro. E’ curioso verificare come uomini di teatro esperti e scaltriti perdano ad un tratto il senso della misura e non si rendano conto che l’esagerato aggiungere zucchero alle uova non fa la crema più buona ma solo più stucchevole. Ma andiamo con ordine.

ParsifalCastellucci

Durante il preludio, un pitone albino si avvinghia all’orecchio di un gigantesco profilo di Friedrich Nietzsche. Da qui in avanti sembra che la regia si muova su due livelli: quello della narrazione (secondo la personale interpretazione di Castellucci, d’accordo, ma non è questo che qui mi interessa) e quello dell’accumulo parallelo di figure e simboli: Nietzsche, il pitone, un cane, alberi che cadono e si rialzano, corde rosse passate di mano in mano, un bianco sipario con una virgola, fucili, sacchetti neri calzati sulla testa, danze e gesti ipnoticamente reiterati. La quantità di questi segni è tale che diviene impossibile, per lo spettatore, tentare di decifrarli, a meno di non lasciar perdere la musica e mettersi a ragionare come davanti a un cruciverba. Di alcune soluzioni colpisce la banalità (il pitone al braccio di Kundry nella scena della seduzione: da Eva in qua esiste un’immagine più frusta del peccato?), altre vengono reiterate e trascinate per lunghezze di tempo insostenibili. I movimenti astratti delle Blumenmädchen nel secondo atto, per esempio, sono ossessivamente ripetuti per tutta la scena del giardino, mentre fanciulle nude vengono legate e appese al soffitto da un Klingsor/Coppelius che pare uscito da una coreografia di Roland Petit. Nell’atto successivo, per venticinque minuti cantanti, coro e comparse marciano su un tapis-roulant di faccia alla sala. Una citazione del Quarto stato di Pellizza da Volpedo di un certo effetto, che però dopo pochi minuti si vanifica sia per la tragica monotonia della scena, sia per l’odioso ronzio con il quale la pedana semovente disturba l’intero miracolo del Venerdì santo e parecchio di quello che segue.
In questa ipertrofica proliferazione semantica, Castellucci decide di rinunciare ai soli due oggetti che, caricati di una fondamentale carica simbolica, il libretto di Parsifal pone come cardini della vicenda: il Graal e la lancia. Che non siano essenziali alla drammaturgia che il regista ha elaborato è palese, ma allo stesso tempo è evidente la goffaggine con la quale Castellucci deve risolvere un momento come quello del miracolo del Graal nel primo atto. E’ come se dicessimo a Tiepolo: dipingi una Gloria di Sant’Anselmo senza Anselmo. E così il regista, evocando una “sospensione grammaticale” (qualunque cosa ciò voglia dire), decide di far calare un sipario bianco sul quale galleggia una enigmatica virgola, che sta lì in attesa che là dietro si compia il benedetto evento e si possa procedere con la storia che lui ha deciso di raccontarci.

Il Parsifal di Castellucci, la folla

Già, e quale storia racconta Castellucci? Quella, ci spiega, di un Parsifal ricondotto al suo senso primigenio e sfrondato dei gravami di una tradizione interpretativa che nel corso del tempo ha snaturato l’ultimo capolavoro di Wagner. Un Parsifal laico senza Graal e senza lancia, lo abbiamo visto, un Parsifal senza redenzione e senza il sangue della ferita di Amfortas. Elementi del tutto periferici nella storia che lui ha deciso di raccontare ma anche, non si può non ammetterlo, i punti focali per i quali Parsifal è quello che è, un capolavoro senza dubbio ma anche un’opera controversa che pone ai registi di oggi problemi ai limiti dell’insolubilità. Ora, che risposte sono quelle che invece di affrontare la domanda la eludono? Che soluzione ha trovato alle questioni spinosissime e terribili dell’anelito alla purezza del sangue o della redenzione nella morte se l’ossessione della ferita sparisce e Kundry esce di scena un’ora prima di quanto il libretto prevede? E’ una soluzione quella di far correre ciò che si vede e ciò che si sente su due binari diversi? Mettere un personaggio a far gesti rituali pronunciando battute che sarebbero rivolte a qualcuno che, in questa regia, nemmeno è in scena?
Non so che dire e mi dispiace chiudere con una tragica banalità: l’impressione è quella che, con tutti i suoi pregi, questa regia come molte altre abbia come primo intento non quello di interpretare ma di mettere fra virgolette Wagner e Parsifal, lasciando il proscenio a concettosità più o meno pertinenti ma efficaci soprattutto in una cosa: nel metter cioè la sordina al fatto che dietro tanto fumo l’arrosto scarseggia.

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2 risposte a Parsifal, la vanitas e la lancia che non c’è

  1. Amfortas ha detto:

    Che dire, ineccepibile.
    Aggiungo solo che nel libretto di sala Castellucci scrive apertamente che ha voluto dimenticarsi del Parsifal di Wagner. Ancora una cosa: se oggi dovessi riscrivere qualcosa su questo allestimento sarei sicuramente meno morbido di quanto lo sia stato due settimane fa.
    Ciao!

  2. D’altronde i libretti a che servono? solo a far articolare parole ai cantanti anziché farli vocalizzare. Non vorrai mica che i registi leggano il libretto e lo raccontino?

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