Quell’attimo di irripetibile magia

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Forse è vero che appartengo a una generazione che ha ormai diritto di esser considerata solo nei trattati di zoologia o nelle Spigolature della Settimana Enigmistica. In realtà, contrariamente a quanto alcuni superficialmente pensano, io non sono per nulla ancorato a quella imperitura nostalgia del tempo che fu che dacché l’opera è nata pare essere uno degli elementi costitutivi del melomane (“La Malibran? Si, bravetta, ma come cantava la Catalani…”). Per quanto riguarda la regia, poi, penso che morirei di noia se tornassimo alle pratiche di un tempo: il mondo va avanti, noi non siamo i nostri nonni e le cose devono cambiare con noi. Mi piacerebbe, questo si, che le scelte dei registi discendessero più spesso di quanto non accada da riflessioni accurate e da letture drammaturgicamente pregnanti del testo messo in scena, mentre invece quello che frequentemente ci troviamo davanti è una rifrittura di “nuovi luoghi comuni”, o una letturina compiuta da chi fino al giorno prima ha fatto un altro mestiere, oppure anche una marachella da Pierino la Peste, fatta piuttosto per far parlare i giornali. Ma sto divagando.
In realtà, quello che da esemplare di una generazione in via di estinzione non riesco a capire è come l’odierna pratica di allestimento teatrale rinunci quasi sempre a uno degli elementi che io trovo fra i più suggestivi ed emozionanti della rappresentazione: il sipario. Quell’attimo di irripetibile magia, quell’istante in cui i due lembi di velluto si scostano e rivelano lo spazio della scena è per me uno dei momenti magici della vita. Lo stesso nel finale, quando a seconda dei casi la tela cala lentamente o precipitosamente, e il cuore per un attimo ti si sospende prima di lasciarti sfogare con l’applauso. Adesso l’apertura e la chiusura della scena viene affidata alle luci: gli effetti possono essere molto belli ma, anche qui, forse varrebbe la pena caso per caso di decidere qual è la soluzione migliore. In fondo, abbiamo la fortuna di disporre di un parco soluzioni molto più ampio di quello dei nostri nonni, sarebbe bello approfittarne invece di bollare come fuori moda quello che non rientra nel vocabolario del giovane regista à la page. Ma forse sto dicendo solo scemenze…

L’immagine, bellissima, riproduce un bozzetto per sipario di Angelo Quaglio (1829-90). L’ho recuperata qui.

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4 risposte a Quell’attimo di irripetibile magia

  1. Rodolfo Canaletti ha detto:

    Articolo molto bello che condivido. Solo un appunto. Credo che si debba fare molta attenzione nel giudicare le regie delle opere. La mia idea, espressa in altre occasioni, è che l’opera, in quanto teatro (bellissima la tua rivendicazione dell’uso del sipario!) debba partire dall’interpretazione dei fatti (quindi dal libretto) e che la musica sia una forma di espressione che collega i fatti allo spettatore. L’interpretazione registica, quindi è un’interpretazione, che può discostassi dall’interpretazione che uno spettatore si sente di dare, ma non per questo sia meno legittima. Nell’arte tutto è permesso, e la profondità dell’espressione artistica (come tutto sommato lo è anche una interpretazione) non viene data dal numero delle persone che la apprezzano o che la capiscono, ma dall’esistenza di un’idea che vi sta alle spalle, e che non è detto che sia sempre o immediatamente comprensibile. Faccio due esempi brevissimi: Il Ring con le regia di Chereau. Quando è stato realizzato si sono sentite proteste altissime da parte dei melomania. Oggi credo che sia una delle regie più interessanti, che hanno fornito un punto di non ritorno. Il secondo esempio è la traviata alla stazione di Zurigo. Una bestemmia per i melomani. Per me una grande interpretazione dove l’ambiente ha offerto il criterio di far penetrare all’interno di un amore contrastato proprio dall’ambiente in cui è nato.
    Comunque grazie per le tue riflessioni, sempre molto interessanti. Rudy.

    • Winckelmann ha detto:

      Carissimo, credo che alla fine diciamo la stessa cosa. Nessun dubbio sulla natura dell’interpretazione e sul fatto che possa essere condivisa o meno da ciascuno di noi senza perdere il suo valore. Il problema, secondo me, è che il testo è e resta il punto di partenza fondamentale e l’interpretazione dovrebbe, secondo me, marciare nella direzione del “tirar fuori” quello che il testo possiede in forma più o meno evidente. Considerarlo, come spesso succede, una sorta di trampolino per onanistici ghiribizzi del tutto autoreferenziali oppure qualcosa che non vale la pena scandagliare più di tanto perché bastano due o tre elementi più esteriori per metter su qualcosa è invece un’occasione perduta.

  2. Amfortas ha detto:

    In merito alle regie siamo proprio due compagni di merende, da qualche parte, tanto tempo fa, credo di aver scritto quasi le tue stesse parole. Sul sipario, poi, ti meriti addirittura una standing ovation!
    Ciao!

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