In lungo all’Arena

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Nell’estate del 1970 i miei genitori ci lasciarono al mare con la nonna e sparirono per qualche giorno. Doveva esserci un motivo parecchio speciale perché fino ad allora la famiglia si era sempre spostata compatta, al massimo lasciando indietro, ma solo in casi eccezionali e fino a che stata troppo piccola, mia sorella minore. Quella volta invece sparirono per conto loro, intraprendendo un viaggio che io mi figurai epico verso un luogo chiamato Arenadiverona, di cui avevo sentito favoleggiare senza però riuscire a farmene un’idea precisa.
Quando tornarono erano al settimo cielo, e iniziò un periodo di racconti: un posto gigantesco come il Colosseo, dove miliardi di persone andavano a sentire l’opera e accendevano centinaia di miliardi di candeline e guardavano un palcoscenico dove milioni di miliardi di coristi, comparse, ballerini e ballerine in mezzo a scene che parevano vere facevano un’opera diversa tutte le sere. Avevano visto Carmen. Era passato ormai qualche giorno ma mia mamma non si era ancora ripresa dall’emozione di aver visto (soprattutto) e sentito Franco Corelli, il cui nome mai era uscito dalla sua bocca senza essere seguito dall’immancabile “mo com’è bello!”. Mio padre invece era stato travolto da Mignon Dunn, che nella scena della taverna, raccontava, si era scatenata sul tavolo in una danza così frenetica che l’aveva lasciato senza fiato, come se a ballare fosse stato lui.
Insomma, quella gita segnò una tappa fondamentale nella storia della mia famiglia, perché da quell’anno e per almeno un decennio la gita estiva a Verona divenne un appuntamento ripetuto ad ogni stagione dell’Arena, con la differenza che dal 1971 in poi la famiglia tornò a muoversi tutta intera, e quindi anch’io potei fare il mio ingresso nel magico catino di pietra.
L’eccezionalità dell’occasione venne celebrata in modo parimenti eccezionale, fornendomi del mio primo paio di pantaloni lunghi. Bastarono quelli a farmi sentire il vero centro dell’attenzione in Arena quella sera: credo di essere stato seriamente convinto che i ventimila sulle gradinate avessero occhi più per me e i miei magnifici pantaloni blu che non per tutti quegli egiziani che stavano sul palco per, naturalmente, Aida. Lo spettacolo, bisogna dirlo, era veramente imponente: che cantassero Carlo Bergonzi e Martina Arroyo mi importava ovviamente pochissimo, dato che non avevo idea di chi fossero, né tantomeno capacità di capire quanto bene cantavano. Tutto era talmente meraviglioso che non si poneva il problema di dare giudizi sui dettagli. Se devo essere sincerissimo, di Bergonzi mi rimasero in mente soprattutto le zeppe sotto i sandali, mentre Aida mi fece un po’ la figura della sciacquetta davanti al meraviglioso costume d’oro tutto plissé di Amneris (che era, chissà come me lo ricordo ancora, Maria Luisa Nave). Dell’opera avevo già un’idea: per casa giravano gli lp con la copertina gialla e sopra le foto della Tebaldi con la faccia tinta di lucido da scarpe e di Del Monaco con una cofana egizia sulla testa. Naturalmente mi piacevano moltissimo i primi due atti con tutta quella gente, e i cori, e le danze, e il s’intrecci il loto al lauro sul crin dei vincitori e naturalmente il trionfo e lamarciadell’Aida, che era la cosa più esaltante che mai avessi ascoltato. L’atto del Nilo lo consideravo invece un pizza terrificante e un’inutile perdita di tempo (niente cori, niente balli, niente elefanti né cammelli!) che ritardava soltanto quel finale agghiacciante con loro due sepolti vivi e l’Amneris al piano di sopra che implora pace, pace. L’avevo visto in televisione e mi aveva letteralmente gelato il sangue.
Quella sera restai paralizzato al mio posto e mi bevvi i primi due atti, di cui ogni minimo dettaglio mi restò scolpito nella memoria al punto che ancora settimane dopo potei raccontarli momento per momento alla mia cugina Simonetta, che mi invidiava tantissimo. Il problema però è che a Verona lo spettacolo comincia tardi perché bisogna aspettare che faccia buio, e gli intervalli sono lunghi. E così, stremato dall’enormità del secondo atto, dalle migliaia di miliardi di ballerini, dai milioni di miliardi di coristi e dai miliardi di miliardi di comparse, arrivai al terzo atto e in quel buio, in quell’enorme spazio vuoto in cui erano solo in due o tre a cantare e basta, senza nemmeno un ballettino, decisi che mi potevo riposare un po’ e staccai le connessioni. Mi ripresi al finale ma ormai il calo dell’attenzione era irreversibile, mezzanotte era passata da un bel po’ e la promessa del babbo di andare dopo l’opera a mangiare la pizza in un tavolo all’aperto sul Liston in piazza Bra era divenuta il mio pensiero principale. E così aspettai con pazienza che la fatal pietra si chiudesse, lasciandoci liberi di andare a sfogare altri istinti, non meno nobili.

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Una risposta a In lungo all’Arena

  1. Bellissimo racconto. Avrei aggiunto che la protagonista di quella serata, no non tu, l’Arroyo intendo, te la saresti trovata vicino in un concerto qualche decennio dopo.

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