Galleria straussiana: Anna Bahr von Mildenburg

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Ricordo benissimo quando vidi questa fotografia la prima volta: nel giugno 2006 fui a Vienna per qualche giorno e fra le altre cose visitai il museo teatrale. La vidi lì in una bacheca, nella versione nobile della cabinet card, e credo di poter dire che fu lì che si installò nel mio già bacato cervello l’idea di iniziare quella che è oggi la Winckelmann-Sammlung. Come ho già altra volta scritto, il mio amore per questa grandissima cantante non è stato ripagato da uguale fortuna nel trovare sue fotografie. Sembra incredibile che il mercato ne offra tanto poche e così, mentre continuo a inanellare varianti delle fantasiose pettinature di Victor Capoul, per quanto riguarda Anna Bahr von Mildenburg devo accontentarmi di quattro cartoline in tutto. Bellissime, ma cartoline.
Come dichiara uno dei due timbri a secco (l’altro è ancora una volta quello del Magasin Metropole, che fra le altre cose doveva essere un enorme spaccio di cartoline teatrali) la fotografia è stata scattata nell’atelier Angerer ed è quindi anteriore al 1914, anno in cui lo studio, fondato alla fine degli anni Cinquanta dell’Ottocento dal fotografo di corte Ludwig Angerer, chiuse definitivamente i battenti. In una posa straordinaria, che ne mette in piena luce la leggendaria abilità scenica e con quella ripresa frontale e dal basso sembra trasformare il personaggio in una figura uscita da una tela di Gustav Klimt, il ritratto raffigura Anna Bahr von Mildenburg in uno dei suoi cavalli di battaglia, Klytämnestra nell’Elektra di Richard Strauss. Che fosse uno dei ruoli favoriti (e possiamo crederlo, immaginando cosa doveva trarne la straordinaria attrice) lo attesta il fatto che lo portò tre volte a Londra (a cominciare, nel 1910, dalla prima locale dell’opera) e successivamente ad Amburgo e a Berlino. Cantante di enormi mezzi formatasi alla scuola di Rosa Papier-Paumgartner, a sua volta allieva di Mathilde Marchesi che aveva studiato con Manuel Garcia jr, la Bahr von Mildenburg fu innanzitutto grandissima straussiana (cantò anche i ruoli di Salome ed Elektra) e wagneriana. Nata nel 1872, fu notata ancora allieva del Conservatorio di Vienna e portata ad Amburgo, dove a ventitre anni ebbe il suo debutto sulla scena (sembra impossibile) come Brünnhilde nella Valkiria, diretta da Gustav Mahler. Il quale comprese immediatamente di trovarsi davanti un’artista eccezionale (lo comprese a tal punto che i due ebbero anche una relazione) e nel 1898 se la portò a Vienna. Qui essa divenne, assieme a Lucie Weidt, anch’essa allieva della Papier-Paumgartner, il pilastro sopranile dell’Opera di Vienna dell’era Mahler. Ebbe anche una grande carriera in altri teatri, tedeschi ed europei mentre a partire dal 1897 (debutto come Kundry nel Parsifal, seguito da Ortrud nel Lohengrin) cantò più volte a Bayreuth. Altri ruoli del suo repertorio furono Isolde, Elisabeth e Venere del Tannhäuser, Leonore del Fidelio, Rezia dell’Oberon (cui appartiene l’unica testimonianza registrata della sua voce, incisa nel 1904), Amneris, Aida e persino Norma. Nel 1901 partecipò a Monaco di Baviera alla prima esecuzione assoluta di Das klagende Lied di Mahler.
Fu donna colta e di enorme personalità: scrisse un volume di memorie e, assieme al marito Hermann Bahr, un libro dal titolo Bayreuth und das Wagner-Theater, apparso nel 1910. L’ultima esibizione in scena ebbe luogo nel 1931 ad Augsburg, e il ruolo fu ancora quello di Klytämnestra. Dal 1921 insegnava canto alla Akademie der Tonkunst di Monaco e dall’anno successivo si era dedicata alla regia teatrale, prima a Monaco e poi ad Augsburg. Per non negarsi nulla, nel 1923 e nel ’25 recitò in un dramma di Calderon de la Barca al festival di Salisburgo. Morì a Vienna il 27 gennaio 1947 e non è probabilmente giusto dimenticare che fra i tanti suoi meriti artistici sta anche quello di aver contribuito alla formazione di alcuni importanti wagneriani della generazione successiva e soprattutto di aver dato, ancora negli anni Venti, una “registrata” a un trentenne svedese che aveva già iniziato la carriera come tenore ma aveva bisogno di trovare la “marcia in più”. Si chiamava Lauritz Melchior e, come si rese conto il pubblico del Covent Garden quella sera del 1924 assistendo al suo impressionante Siegmund, con lei la marcia l’aveva trovata.

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