Famolo strano

Caniglia0063

Ovvero, sparse considerazioni a margine del Trovatore appena finito di vedere in livestream dalla Staatsoper di Monaco.
Era Caruso, mi pare, quello che diceva che non ci vuole poi molto a metter su Il trovatore: basta avere i quattro cantanti più bravi al mondo. Coi tempi che corrono ci accontentiamo di molto meno e stasera, bisogna ammetterlo, almeno due fuoriclasse sulla scena c’erano: Jonas Kaufmann e Anja Harteros. Che poi nessuno dei due sia nato per cantare questo Verdi è un dato di fatto, ma con quel che si sente di solito in giro c’era obiettivamente di che leccarsi i baffi. Con questa musica, le cose strane che Kaufmann fa spesso con la voce suonano ancora più strane, però gli si perdonano quasi tutte perché con lui è palese che oltre la voce c’è di più, a cominciare da quella testa pensante che latita in così tanti dei suoi colleghi. E se la Pira era un po’ slentata, l’oteco e il do (ma probabilmente un si, non sono stato attento a percepire se c’è stato l’abbassamento di tono) c’erano, e più che decorosi. Quelli di Domingo, per intenderci, erano molto peggio. La Harteros ha cantato un bellissimo D’amor sull’ali rosee, lentissimo, cesellato e pure chiuso da un trillo più che accettabile. Non è stata capace di dar molto senso alla cabaletta che segue ma questa, riconosciamolo, è impresa che riesce a poche.
Tutto bene quindi, anche mettendoci un’Azucena e un Conte di Luna che non rovinavano la festa.
Poi però c’era il regista, anzi il regisseur visto che di tal Olivier Py si tratta, approdato in Baviera dalle rive della Senna. Immagino che la sua strategia sia stata: visto che siamo nella patria del teatro di regia, famolo strano che qui gli piace. Un palcoscenico girevole in perpetuo movimento, scene fatte di baracche e loculi di varie dimensioni, sedie dappertutto, gente che va e viene intenta a fare altro, mimi, soldati, una novantenne completamente nuda con una corda al collo, manichini sparsi qua e là eccetera eccetera.
Leonora è cieca, un motivo drammaturgico ci deve essere ma in questo momento non ho voglia di cercarlo. La cosa diventa divertente quando, nel quarto atto, Manrico le intima: Figgi o donna in me gli sguardi. Frase che un italiano comprensibilmente stenta a capire, ma che un tedesco legge nei sottotitoli Schau mir in die Augen, guardami negli occhi, che è tanto più chiara e tanto più comica in questo contesto. Comunque, Leonora porta un lungo abito da sera di pizzo nero e un paio di occhialini neri che sembra Ann Bancroft in The miracle worker. Quando Kaufmann intona la Pira, lei esce di scena e noi come al solito si pensa: ecco, Manrico taglia il ritornello. Invece Kaufmann fa la ripetizione come da spartito e le frasi del soprano fra le due strofe ce le dobbiamo immaginare perché l’orchestra suona da sola. Vedendola senza occhiali all’inizio dell’atto successivo pensiamo: allora se n’è andata di corsa a prendere il treno per Fatima e nell’intervallo c’è stato il miracolo. Invece no, Leonora canta il Miserere girando a tastoni fra le sedie. Nessun miracolo, ha solo perso gli occhiali. Parallelamente, il grande regista ha perso l’ispirazione quando ci sarebbe stato da fare quello che veramente gli competeva, ovvero far recitare i cantanti. Non sa farlo, o forse ritiene che sia compito degradante, per cui si limita a riproporre disposizioni sceniche e atteggiamenti che sono gli stessi che probabilmente usavano la Patti e Nicolini nel 1870. Oppure ne inventa alcuni che la Patti (signora molto rispettabile) non avrebbe usato mai, ma una primadonna di sceneggiata napoletana sicuramente si, come quando Leonora dice a Luna Svenami! e si apre il cappotto che aveva messo sull’abito da sera (fa freddino alla torre dove di stato gemono i prigionieri) mostrando al cognato le generose poppe velate di pizzo.
Dopo aver trincato il veleno, questa povera donna monumento alla sfiga si disarticola come la bambola meccanica Olympia e canta il finale scossa da tremori che nemmeno la Gruberova nella pazzia dei Puritani. Nel frattempo la novantenne ha deciso di graziarci e di coprire le nudità con una tunica di velo nero. Un vedo-non vedo che ci dona parecchio sollievo.
Quanto agli altri, Kaufmann è vestito di nero e fa Kaufmann, nel senso che è bello e si sa muovere e quello che fa lo fa di suo. Il Conte di Luna (o sorpresa!) è vestito con una divisa militare così come Ferrando, una cosa che nelle regie in Germania e fuori non si era vista mai. Azucena invece è truccata come una battona degli angiporti di Amburgo, porta una enorme gonna di velo con corpetto nero da gran sera e sopra un cappotto di pelle. Anche questo, novità assoluta nel teatro tedesco. Qua l’invenzione corre sfrenata!

Nella foto di apertura, Maria Caniglia come Leonora nel Trovatore alla Scala nel 1940.

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3 risposte a Famolo strano

  1. L’affermazione che Kaufmann e la Harteros siano due fuoriclasse mi lascia perplesso. A meno che tu non intenda che sono stati cacciati fuori di classe da qualsiasi docente di canto dotato di buone orecchie….:-)
    Dai, ti ho servito su un piatto d’argento la battuta sulla mia acidità….

  2. Isidoro ha detto:

    Ragazzi, non si litiga in pubblico…..

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