I boccoli di Manrico

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Ecco la seconda fotografia di Theodor Wachtel, una carte de visite del fotografo berlinese Herrmann Levinthal, che mostra chiaramente la bizzarra acconciatura adottata dal tenore. Chissà se ispirato direttamente da Victor Capoul, che aveva dato il proprio nome anche a un inconfondibile taglio di capelli, anche Wachtel non si tirò indietro davanti alle esigenze della moda e si inventò questa incredibile corona di ricci che appare in tutti i ritratti che conosco. Chissà che armamentario di forcine doveva essere necessario per tenere lisci i capelli sulla fronte delimitando il campo alla selva di boccoli retrostanti.
Il ritratto è sicuramente posteriore al 1870, anno in cui l’atelier Levinthal si trasferì dalla Kremenstraße alla Jerusalemer Straße. Questo indirizzo, infatti, appare al verso del cartoncino su cui è incollata l’albumina. La fotografia è quindi contemporanea alla prima tournée americana di Wachtel, di cui ho trovato alcune tracce negli archivi on line del New York Times. Un lungo articolo del 19 settembre 1871, nel registrare il grande successo della recita di debutto in terra americana con Le postillon de Lonjumeau, mette in evidenza i mezzi eccezionali del cantante e dell’artista ma anche alcuni limiti che, più di una volta, resero non universalmente accettato il suo successo. Provo a tradurre:

Già alla prima uscita Herr Wachtel è stato fragorosamente applaudito, e ben presto ha mostrato ai suoi ascoltatori cosa essi dovevano aspettarsi da lui. Questa è, nella sostanza, una voce di tenore di incredibile potenza ma in qualche modo non altrettanto dolce; una voce sviluppata ed estesa al massimo grado e fortunatamente capace di rispondere a qualsiasi richiesta; una voce, per quanto possiamo ora giudicare, che non si distingueva all’origine per dolcezza o flessibilità, caratteri che però ha saputo acquisire con lo studio. Una voce, infine, che come la maggior parte delle voci alle quali sono richiesti a tratti effetti “elettrici”, è in qualche modo qua e là carente di uniformità e sicurezza di tono.
Herr Wachtel usa il falsetto un po’ troppo per il nostro gusto e, sebbene le ripetizioni “di petto” di passaggi prima eseguiti in falsetto siano in qualche modo di un certo effetto, anche a costo di sacrificare questo contrasto preferiamo l’uso esclusivo della voce di petto. Molti lettori sanno bene che questo artista raggiunge il do acuto, o “ut de poitrine” con notevole facilità. Lui stesso, ieri sera, ha esibito questo dono con una generosità che ha deliziato gli ascoltatori.
La vocalizzazione di Herr Wachtel è spesso molto florida e va detto che in generale esegue passaggi a mezza voce con una grazia e una delicatezza di rado ascoltate da un “tenore robusto”. In una parola, egli è a suo modo un artista straordinario e se noi non lo troviamo così accattivante come evidentemente ha fatto la maggior parte del pubblico ieri sera, non è certamente perché non possiede un organo veramente fenomenale o perché non si è impegnato a fondo per imparare a utilizzarlo.
La celebre aria del primo atto, nella quale  Herr Wachtel usa la frusta altrettanto bene quanto la voce, è stata grandemente applaudita ieri sera ma questo successo è stato ancora inferiore a quello dell’aria del secondo atto che, per taluni aspetti, è stata la gemma di tutta la sua interpretazione. E’ innegabile che i suoi abbondanti ornamenti, alternati alla sua prodigiosa esibizione di forza, donano alle esecuzioni di Herr Wachtel una singolare varietà; certo, un effetto di questo tipo dovrebbe essere guadagnato senza far ricorso a mezzi che a tratti appaiono quanto meno stravaganti.
Questo non si può dire per la recitazione di Herr Wachtel: come attore di commedia sentimentale egli supera la maggior parte dei tenori che abbiamo visto e riempie la scena con una sicurezza e una vivacità piacevolissime per chi lo osserva.

Un articolo di poco successivo, scritto dopo che Wachtel aveva cantato tre recite del Postillon e una del Trovatore, ribadisce il grande successo di pubblico ad ogni recita ma anche dà conto dell’esistenza di uno zoccolo duro di spettatori, dissidenti di vario tipo cui il cantante tedesco non piace. La stessa cosa, si dice, è successa a Parigi dove il successo, pur vivissimo, non è stato unanime. Il buon Theodor non aveva comunque troppo da preoccuparsi e si preparava alla seconda recita del Trovatore:

Se l’esecuzione di alcuni passaggi della scena del tenore con Azucena e di “Ah! si, ben mio” sarà impeccabile come quella di venerdì scorso, e se il suo “Di quella pira” sarà altrettanto prodigioso, godremo di un piacere che solo un artista di cultura e di enormi mezzi può donare.

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