A capodanno vince la Sassonia

Lo so che sembro un disco rotto, ma ogni anno il concerto della Fenice mi manda in depressione. La fotocopia casereccia di quello di Vienna, i ballettini e i vapensiero mi sembrano anno dopo anno un patetico “vorrei ma non posso”, un tentativo dispettosetto di farsi belli riciclando un’idea da altri partorita e altrove da decenni sviluppata con ben altri risultati. La Rancatore è stata, come sempre, bravina; Pirgu, come sempre, approssimativo nella lettura e nell’intonazione (di espressione non si parla); Gardiner, come sempre, sbiadito. Il limite che speravamo invalicabile dell’orrore e del plagio più sfacciato è stato oltrepassato nel finale, col bis del libiamo libiamo accompagnato dalle mani del pubblico battute a tempo. Nell’anno del bicentenario il programma era dedicato naturalmente a Verdi ma l’occasione è stata sprecata mettendo in fila i brani più triti e prevedibili, al punto che nulla distingueva questa edizione dalle nove precedenti. Provincia del più basso profilo, da dimenticare.
A Vienna l’esser sempre uguali a se stessi è un valore aggiunto ma anche la dimostrazione che quello che qui funziona non è quasi mai esportabile. Quest’anno però, come due anni fa, il grigiore con cui Franz Welser-Möst ricopre valzer, polche e mazurche rende l’ascolto dell’intero programma soporifero come non mai. Anche qui ci si è ricordati dei bicentenari (di tutti e due, non solo di quello casalingo) e almeno sul fronte della compilazione del programma si è fatto qualche sforzo per celebrarli un po’ meglio. Per la prima volta nella storia del concerto, brani di Wagner e Verdi sono stati inclusi nel programma.
Se Venezia affonda e Vienna sonnecchia, Dresda brucia l’una e l’altra. Intanto disdegna la battaglia televisiva e con classe superiore anticipa il concerto al 30. E se la Staatskapelle lotta da pari a pari coi Wiener, Christian Thielemann si mangia in un boccone Gardiner e Welser-Möst, e sputa gli ossicini. Il programma tutto dedicato a Emmerich Kálmán alterna brani e titoli notissimi a rarità preziose e se Diana Damrau cancella all’ultimo momento per malattia, la sostituta Ingeborg Schöpf non si tira indietro ad esibirsi per un pubblico planetario con brani la metà dei quali le sono palesemente sconosciuti. E’ sicuro che la Damrau avrebbe fatto ben altro ma è bello vedere il suo doppio uscire con lo spartito e il direttore scendere dal podio e dirigere l’orchestra standole accanto e quasi suggerendole nota per nota la parte. Vicino a lei Piotr Beczala è bravissimo, ancora meglio dell’anno scorso. Questa è una vera festa.
Tirando le somme, la vecchia Sassonia stravince su tutta la linea mentre l’impero sonnecchia e la Serenissima si autoconfina fra le più lontane province. Buon 2013 con questo stralcio del concerto di un anno fa.

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3 risposte a A capodanno vince la Sassonia

  1. Amfortas ha detto:

    Quest’anno non ho visto nulla, almeno per il momento, con l’unica eccezione di alcuni minuti di qualcosa – non so neanche da dove – con Hampson, Villazon e la Peretyatko. Quest’ultima, se vogliamo parlare di canto, sembrava di una bravura mostruosa rispetto agli altri, davvero terribili e, almeno a me, anche antipatici e forzatissimi nel loro sforzo evidente di piacere.
    Ciao e auguri anche a te!

    • winckelmann ha detto:

      Credo che fosse Baden-Baden. L’ho lasciato perdere, va bene che poi ho un anno di tempo per riprendermi prima della prossima scorpacciata televisiva ma c’è un limite a tutto, e tu me lo confermi.

  2. cacioman ha detto:

    Aggiungo che a Venezia c’era una violinista con berretto di lana grigio calato sugli occhi che distraeva il povero ascoltatore in pigiama a caccia ancora di avanzi della sera prima (il sottoscritto), la fame di cultura (e non) è veramente una brutta bestia.
    Naturalmente auguri a tutti !

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