Putting the record straight

Quello di John Culshaw è un nome familiare a chi è nato e cresciuto nell’era del long playing, quando gli album che accompagnavano i dischi nel cofanetto erano grandi abbastanza da essere leggibili e anche se non venivano letti (visto che erano quasi sempre in inglese o tedesco) erano comunque sfogliati a lungo e almeno visivamente memorizzati. Dal 1955 al ’67 Culshaw fu uno dei mitici producer della Decca e sotto la sua cura furono realizzate molte delle più importanti registrazioni dell’epoca d’oro del microsolco, quella che fra le altre cose vide il passaggio dalla tecnica monofonica alla stereofonia.
Scrittore, divulgatore abilissimo e viscerale musicofilo completamente autodidatta, Culshaw scrisse questo libro di memorie nel corso della sua terza vita, quando lasciata la Decca e poi anche la BBC lavorava come free lance in università americane e australiane. La morte precoce nel 1980, a 56 anni, fece sì che il libro restasse purtroppo incompiuto.
Dalla nostra parte di utenti finali, che trovano il prodotto bell’e fatto negli scaffali del negozio, è inevitabile dare per scontato che dischi da decenni entrati nella storia siano il risultato di illuminata gestione manageriale e lungimiranti scelte artistiche. Restiamo quindi basiti nell’apprendere che il management della Decca, la mitica Decca, ha in fondo sempre considerato la produzione classica una sorta di palla al piede, costosa e poco remunerativa, e che nessuna delle alte sfere dell’azienda ha mai avuto alcun particolare interesse per la musica. La ritrosia nell’effettuare investimenti costrinse, ad esempio, le équipe tecniche ad effettuare le registrazioni di Das Rheingold e Siegfried, prime due puntate registrate della mitica Tetralogia di Solti, da sempre considerata paradigma assoluto di qualità tecnica, con vecchi registratori monopista e solo alla terza tappa del Götterdämmerung i capi si convinsero ad acquistare registratori a più piste.
Il libro è un fantastico passaporto per il talora imperscrutabile pianeta sul quale vivono le star del teatro d’opera. Sappiamo così che Lisa della Casa e Hilde Güden, adorabili e angeliche sorelle nell’Arabella con Solti, non si tolleravano e litigavano in continuazione, che Birgit Nilsson impose la sua registrazione del Tristano nonostante non ci fosse alcun tenore disponibile perché considerava questo un dettaglio del tutto irrilevante, che Ettore Bastianini arrivò a incidere Iago nel primo Otello di Karajan senza sapere non dico la parte ma neppure la trama dell’opera e fu cacciato dopo due sessioni (nel disco troviamo infatti Aldo Protti). Un altro disastro fu quello di Jussi Bjorling nel Ballo in maschera: mentre il tenore si ubriacava in albergo gli altri registravano tutto ciò in cui Riccardo non compare. Il cast fu poi riunito di nuovo un anno dopo a registrare con Carlo Bergonzi le parti mancanti. L’unico commento di Karajan su Cornell McNeil, scritturato per registrare Amonasro nell’Aida con Tebaldi e Bergonzi fu: “chi ha preso questo cowboy?”; invece Thomas Beecham, protestando Joan Sutherland chiamata a registrare con lui il Messiah dopo il trionfo nella Lucia di Lammermoor al Covent Garden, asserì che “Handel avrebbe potuto fare qualunque cosa, ma mai di sicuro far cantare una così”. L’australiana, sollevata dall’incarico e sollevata nello spirito dopo due sessioni da incubo, avrebbe ben presto dimostrato l’enormità della sciocchezza sparata dall’intrattabile direttore.
Un esilarante capitolo è dedicato alle scenate di Galina Vishnevskaja durante la registrazione del War Requiem di Britten e uno alle tiranniche e ingestibili mogli di Mario del Monaco e Franco Corelli; leggendolo, chiunque può comprendere chi avesse in mente Franca Valeri nel suo impagabile monologo.
Culshaw avrebbe voluto proseguire il racconto fino al suo abbandono della Decca, ma la morte lo lasciò sospeso al momento della messa sotto contratto (guarda un po’, fieramente avversata dai lungimiranti proprietari, che ritenevano James McCracken un investimento molto più affidabile e solo dopo insistenza gli concessero l’incisione di un… 45 giri!) di un italiano segnalato da Richard Bonynge, un ragazzone dagli acuti d’oro che rispondeva al nome di Luciano Pavarotti.
Il manoscritto fu pubblicato un anno dopo la morte di Culshaw. Esiste un altro suo volume di ricordi, uscito nel 1967: si intitola Ring resounding e racconta nel dettaglio l’epica impresa della registrazione, a Vienna, della Tetralogia con Solti. E’ naturale che amor di completezza mi imponga di recuperarlo e leggerlo.

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