Altro che Corazzata Potemkin

All’inizio di autunno del 1861, Richard Wagner aveva una bella gatta da pelare. Era a Vienna, come sempre senza un soldo, e l’unica speranza contro la rovina era che Tristan und Isolde, compiuto ormai da due anni, fosse finalmente rappresentato nella capitale imperiale.
L’orchestra era favolosa e i cantanti forse ancora di più, ma c’era un problema: allora come oggi, il tenore.
Vista la partitura, Aloys Ander era rimasto semplicemente terrorizzato. Era un ottimo cantante, recentemente aveva fatto un figurone nel Lohengrin, ma il ruolo di Tristano lo paralizzava dallo spavento. E perse la voce, e prova dopo prova (se ne fecero cinquantasette, un numero impressionante anche per i tempi) diventava sempre più roco. Così, mentre Wagner si arrabattava per semplificargli la parte, si spargeva la voce che lo spartito era ineseguibile e che quello cui il teatro si costringeva era solo tempo perso. Alla fine la voce prese il sopravvento e dopo la cinquantasettesima prova Wagner gettò la spugna, abbandonò l’idea e Vienna e pensò bene che per rimettersi in sesto gli ci voleva un po’ di vacanza in Italia.
Un dolore collaterale che si aggiunse allo scorno di questa sconfitta, fu quello di perdere una Isotta che considerava eccezionale sotto ogni punto di vista: Marie Louise Dustmann-Meyer, probabilmente una delle più grandi cantanti tedesche del diciannovesimo secolo, ritratta qui sotto in una carte-de-visite del fotografo viennese Rabending.

Marie-Louise Meyer (sarebbe diventata Dustmann dopo il matrimonio nel 1856) era nata ad Aachen nel 1831 e si era formata come cantante con la madre, che cantava ruoli da soubrette. Aveva debuttato sedicenne e dopo una rapida ascesa era dal 1857 primadonna all’Opera di Corte viennese. Qui aveva grandemente contribuito al successo di alcune prime locali di opere di Wagner: nel ’58 era stata la prima Elsa nel Lohengrin e l’anno successivo la prima Elisabeth nel Tannhauser. Il compositore era semplicemente estasiato dal suo canto e dalle sue capacità espressive e non manca di ricordarla nei suoi diari, coprendola di lodi.
E qui nasce un interessante problema.
Nonostante da qualche decennio siano stati fatti passi importanti in direzione contraria, la nostra immagine di soprano wagneriano (grandemente influenzata, ahimé, dai travisamenti nati attorno al monopolio bayreuthiano di donna Cosima, per non dire di tutto quello che accadde dopo) è ancora prevalentemente quella di un donnone-virago di imponente tonnellaggio, sia vocale sia fisico. Una sorta di Corazzata Potemkin della voce, che spara acuti come fossero palle di cannone, spesso a scapito di fermezza del suono e, poveri noi, di intonazione.
Nell’anno in cui Wagner l’avrebbe voluta sopra ogni cosa come la sua prima Isotta, Marie Louise Dustmann-Meyer aveva trent’anni e i suoi ruoli di elezione erano Linda nella Linda di Chamounix, Valentine negli Ugonotti e Lucia nella Lucia di Lammermoor. In seguito avrebbe brillato anche come Leonora nel Fidelio e Senta nell’Olandese volante, ma avrebbe cantato anche Norma.
E poi, assieme ad Elsa ed Elisabeth, sarebbe stata una grande Giulia nella Vestale, Matilde nel Guglielmo Tell, Giulietta nei Capuleti e Montecchi, Marguerite nel Faust, Rachel ne La Juive e persino Amelia nel Ballo in maschera. Fu anche una grande liederista e nel 1878 prese parte alla prima esecuzione assoluta dei Liebesliederwalzer di Brahms.
Insomma, la verità è che saremmo probabilmente in molti a pagare oro pur di farci un’idea di cosa una cantante di questo tipo, sicuramente dotata di tecnica magistrale e di una impostazione vocale di vecchia e alta scuola, avrebbe cavato dal capolavoro di Wagner. E non sarebbe male ricordarsi che Wagner era per cantanti di questo tipo che stravedeva, pur ponendo con le sue opere un punto di rottura incolmabile con il passato. E poco gli fregava, almeno io ho il sospetto, di tutte le fantasie sulla declamazione che invece costituivano il quotidiano refrain di Donna Cosima, la quale un certo giorno si impossessò del fantasma del marito defunto in laguna e volle imbellettarlo e riplasmarlo come piaceva a lei.

A proposito: il Tristan und Isolde trovò alla fine la via del palcoscenico, ma solo il 10 giugno 1865, all’Opera di Corte di Monaco. Protagonista maschile fu il corpulento ventinovenne Ludwig Schnorr von Carolsfeld, che doveva avere problemi di salute non di secondo piano e che soccombette all’immane sforzo di questo ruolo epico e morì appena cinque settimane dopo la prima. Forse il povero Ander non aveva tutti i torti.

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