Scorpacciata natalizia

Per fortuna c’è Mannheim. Anche questa volta, una settimana di visita nella confortevole città a scacchi posta proprio nel punto in cui il Neckar sbocca nel Reno mi ha dato la possibilità di vedere tre spettacoli d’opera e di rimpolpare il mio sempre più magro archivio di esperienze dal vivo di questi anni. Per una serie di motivi non sempre dipendenti dalla mia volontà, infatti, vado sempre meno all’opera in Italia. Spero che sia una fase passeggera, ma per il momento è così.
Il Nationaltheater ha una storia importante: nel vecchio teatro distrutto dalle bombe Schiller rappresentò per la prima volta I Masnadieri e, un secolo dopo, vi fu attivo come direttore stabile il giovane Wilhelm Furtwängler. L’attuale edificio, ricostruito negli anni Cinquanta in tutt’altra parte della città, ha una sua razionale e semplice bellezza. Ai due lati dell’amplissimo foyer che si vede nella foto qui sopra si aprono le scale che danno accesso alle due sale: quella grande riservata principalmente all’opera e quella della prosa. I due palcoscenici stanno, schiena contro schiena, sopra il soffitto del foyer. Il teatro è aperto mediamente tre o quattro giorni la settimana, spesso con due spettacoli che procedono parallelamente nelle due sale. Oltre a questi vengono offerti concerti jazz nel bar principale, aperto anche indipendentemente dall’attività delle due sale, e concerti di musica da camera in un altro foyer superiore, alle spalle della sala grande. Ma il Nationaltheater, che possiede una compagnia stabile di prosa, una di opera, un corpo di ballo e naturalmente un coro e un’orchestra di eccellente livello, gestisce anche un teatro per ragazzi con una sua propria compagnia e una stagione di prosa e musica. Tutto questo in una città poco più grande di Verona, che possiede però anche un auditorium con, se non sbaglio, quattro sale che ospitano almeno due stagioni sinfoniche e svariati altri concerti, cui vanno aggiunti quelli che trovano posto nelle chiese e quelli organizzati dalla Musikhochschule. Infine (e finiamo di farci del male) a 15′ di treno c’è Heidelberg con un proprio teatro d’opera e lì vicino c’è Schwetzingen con il suo festival; a 30′ di treno verso sud c’è Stoccarda, verso nord Francoforte. Insomma, il vero problema non è scegliere cosa vedere, ma non deprimersi quando si torna nella nostra trogloditica nazione.
Samson et Dalila viene eseguito quest’anno al Nationaltheater in forma di concerto. In fondo, per l’opera probabilmente più priva di azione dell’intera storia del teatro il danno è limitato. Si tratta di un’esecuzione estremamente buona, soprattutto per merito del mezzosoprano ungherese Andrea Szántó, che ricordavo un po’ troppo fuori stile in una pur divertentissima Scala di seta di qualche anno fa ma che ho invece ritrovato timbricamente fascinosa e interprete molto efficace. Non così, purtroppo, István Kovácsházi (mi accorgo solo adesso della targa tutta ungherese di questa produzione), che è un buon cantante che ho già apprezzato in passato sia come Stolzing sia come Parsifal, ma è, col suo timbro fondamentalmente chiaro, del tutto estraneo al ruolo di Samson. Nonostante nessuna comunicazione in questo senso sia stata data, sembrava anche trovarsi in non buone condizioni di salute e comunque pareva perfettamente consapevole del fatto di trovarsi nel luogo sbagliato. Molto bene in generale il resto del cast.
Il nuovo allestimento di Die Zauberflöte (da questa pagina del sito del teatro è possibile vedere un videotrailer) ha ricevuto, alla prima rappresentazione in chiusura della stagione scorsa, recensioni solo moderatamente positive. In effetti mi è sembrato uno spettacolo riuscito solo a metà, che alterna momenti splendidi per invenzione e senso del teatro (tutta la prima parte del primo atto, ad esempio, con una fantastica apparizione della Regina della Notte che cita palesemente il celebre disegno di Schinkel) ad altri nei quali sembra che regista e scenografo non sapessero assolutamente che fare. Il risultato finale è interlocutorio. Molto buoni invece i risultati sul piano musicale, a partire dalla direzione di Alois Seidlmeier fino a praticamente tutto il cast. In testa a tutti il giovanissimo Papageno di Nikola Diskić, un nome e una figura che durante lo spettacolo mi hanno fatto suonare in testa numerosi campanelli. Per una volta la mia sballatissima memoria ne ha fatta una giusta: questo ragazzo che, dicono, sta ancora completando gli studi alla Musikhochschule ma è già nella compagnia del Nationaltheater è lo stesso biondino che pochi anni fa vidi a una recita scolastica in Conservatorio delle Nozze di Figaro. Allora faceva Figaro e, come scrissi da qualche parte, fu l’unico degli interpreti di quella sera a dare l’impressione di possedere mezzi da vero professionista. Mi sembra che si stia avviando a una carriera interessante: c’è solo da sperare che non si rovini e che si sappia amministrare con giudizio. Per il resto, Cornelia Ptassek è stata una buona Pamina ed è riuscita a contenere in maniera accettabile le disuguaglianze di emissione che minano uno strumento potenzialmente interessante. Juhan Tralla, Tamino, non ha un timbro particolarmente attraente ma canta bene e soprattutto canta Mozart senza essere sbiancato o, come diceva Celletti, linfatico.
E infine, il primo segmento della nuova Tetralogia che si completerà l’anno prossimo e verrà riproposta interamente nell’anno del bicentenario wagneriano 2013. Questo Das Rheingold ha avuto una gestazione sofferta: la regia dell’intero Ring era stata in un primo tempo affidata a Christof Nel, convinto a ritirarsi per, pare, irrisolvibili dissidi con la sovrintendente pochi mesi prima dell’andata in scena, e ad allestimento scenico già realizzato. A salvare la capra (ma non i cavoli: l’allestimento è stato buttato) è arrivato Achim Freyer, prima riluttante a riaffrontare il Ring dopo una recente esperienza americana (San Francisco o Los Angeles, non ricordo) e poi convinto a rimettersi in gioco e a reinventare tutto daccapo.
Il risultato è stato eccezionale. Con Freyer vale la regola del prendere o lasciare: o si accetta il suo mondo fatto di maschere, di pupazzi, di realismo brechtiano o si rifiuta in blocco. Il punto di partenza è fondamentale ed è il rispetto assoluto del libretto e della musica: non esistono sovrastrutture drammaturgiche, riscritture, voli pindarici filosofici da registini a corto di idee. Esiste il teatro, fatto di macchine, di effetti, di una stupefacente inventiva che parte dal testo e lavora per il testo. Le quasi tre ore di spettacolo senza intervallo scorrono stupefacenti fra i giochi del palcoscenico girevole, di botole, sfere volanti, ponti mobili e attrezzature tecniche utilizzate come fossero pezzi di scenografia. Vero, bellissimo teatro. Ha diretto, questa volta benissimo, Dan Ettinger e hanno cantato, fra gli altri, Thomas Jesatko, eccellente Wotan, e la sempre bravissima Susan McLean (Fricka), già membro della compagnia e oggi volata verso più ampi orizzonti.
Die Walküre andrà in scena a fine marzo: conto di riuscire a vederla entro l’estate.

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