La vestale del Walhalla

Quando Richard Wagner morì, Cosima aveva 47 anni e altri 45 gliene restavano, trascorsi per la maggior parte nell’inespugnabile feudo di Bayreuth a costruire il mito del suo Festival, a tiranneggiare le figlie, ad adorare senza condizioni l’unico figlio maschio e a gestire una imponente corrispondenza.
Non è facile arrivare in fondo alle quasi ottocento pagine di lettere raccolte in questo volume. Non perché ne manchino di interessanti, anzi, ma soprattutto perché la loro autrice, Cosima nata Liszt poi von Bülow e infine finalmente Wagner, tutto ispira fuorché simpatia. Si è molto scritto e molto detto su di lei e sul ruolo che essa giocò nella storia del Festival e dell’opera wagneriana in generale; a chi la considera la custode della più pura tradizione si oppone chi invece ritiene il suo un sostanziale travisamento dell’estetica wagneriana originale e la ritiene responsabile della creazione di uno stile (parola che ricorre continuamente nelle sue lettere) che al vecchio Richard sarebbe piaciuto punto o poco.
Una cosa salta immediatamente agli occhi leggendo queste lettere: si parla continuamente di Bayreuth, delle opere, della loro esecuzione, di cantanti, scenografi, costumisti e direttori ma Richard Wagner non lo si nomina mai. Forse una volta o due in tutto il libro ricorre l’espressione il Maestro, ma non di più. Quello di Cosima è un lavoro puntiglioso per ribadire l’idea di sé come unica proprietaria dell’eredità di Richard Wagner, unica avente diritto anche alla manomissione pur di adeguare le partiture al proprio scopo: A Karlsruhe ho predisposto La santa Elisabetta [di Liszt] e anche il Rienzi. Per quel che riguarda quest’ultima opera, ho sacrificato alla vivacizzazione del dramma qualche momento musicale, con tanta ansia da parte di Mottl (lettera a Richard Strauss, 21 maggio 1890).
Il disegno artistico di Cosima, ormai è abbastanza noto, era assai diverso da quello di Wagner. Una grande quantità di lettere testimonia l’immenso lavoro da lei compiuto per costruire e difendere quello che chiama lo stile di Bayreuth, fondato principalmente sulla potenza del declamato e sulla cura esasperata della pronuncia. In una lettera su Parsifal del 1888 a Ernest van Dyck, sottoposto a un intensivo e massacrante corso di tedesco per consentirgli il debutto al Festival, Cosima parla di scene che vanno più parlate che cantate; sono continue le annotazioni sul fatto che il dramma deve prevalere sulla poesia e sulla pura bellezza del canto. La quale era invece, pur con contraddizioni e certamente nell’ambito di una dimensione estetica rivoluzionaria rispetto alla tradizione, un elemento fondamentale della poetica wagneriana, checché ne dicano ancora oggi i sempre più scarsi cultori del “latrato espressivo”. Non è un caso che grandissimi wagneriani di antica scuola (Lilli Lehmann per esempio, o Lillian Nordica, Milka Ternina o Jean de Reszke) abbiano avuto col Festival di Cosima rapporti difficili o scarsi o nulli: le richieste di Cosima in termini di sforzo e di adattamento di organizzazioni vocali saldamente costruite con anni di studio tennero molti di questi cantanti lontani da Bayreuth, a favore naturalmente dello sviluppo di altri poli wagneriani che di loro poterono avvantaggiarsi, in primis il Metropolitan.
I rapporti di Cosima coi teatri rivali sono solitamente di disprezzo o di guerra aperta, soprattutto quando la loro attività minaccia gli interessi economici di Bayreuth. E’ il caso, per esempio, della vicenda della costruzione nella vicina Monaco del Prinzregententheater, che con le sue progettate (e realizzate) stagioni wagneriane avrebbe intaccato la supremazia (e la vendita dei biglietti) del Festival. Per contrastarne la realizzazione Cosima giocò tutte le sue carte scrivendo a principi e uomini di governo e scagliò minacce di anatemi e di bando dalla verde collina su tutti coloro che avessero osato accettare scritture. Dovette mangiarsela ma non per questo troncò la fitta corrispondenza con teste in tutto o in parte coronate, alle quali si rivolgeva con un tono di angelicata, deferente umiltà che sfiora spesso la piaggeria.
Era parecchio più dura, invece, con coloro che considerava subalterni a sé e all’eletto circolo che essa rappresentava. Al fondo della sua gerarchia stavano gli ebrei, razza inferiore che le ispirò passaggi che tutto il pur giusto distacco storico non può non far definire rivoltanti. Anche nei rapporti con l’ottimo amico Hermann Levi traspare continuamente il tono di superiore condiscendenza dell’eletta che concede benignità a colui che, pur grandissimo artista, ha avuto la sventura di nascere giudeo. D’altra parte, l’innamoramento intellettuale che legò l’anziana dama a Houston Stewart Chamberlain e la gioia che le traboccò dal cuore quando questo ripugnante teorico della superiorità della razza ariana sposò Eva, figlia di Cosima e di Wagner, la dicono lunga sulle sue idee, che in lei convivevano con una salda e talvolta romanticheggiante religiosità di luterana tutta d’un pezzo.
Cosima visse fino al 1930 ma già da molti anni, gravemente malata agli occhi, aveva passato il testimone della guida del Festival all’adorato figlio Siegfried, che le sopravvisse di appena tre mesi. Gli anni dell’inattività sono testimoniati da lunghe lettere destinate a un raggio di amici sempre più ristretto e dettate alle figlie, che negli ultimi tre anni della sua lunghissima vita, quando anche la coscienza e la lucidità mentale cominciarono ad abbandonarla, registrarono adoranti i deliri di questo monumento vivente che, comunque la si voglia considerare, fu uno dei protagonisti della storia musicale e teatrale europea dell’Ottocento.

C. Wagner, La mia vita a Bayreuth. Lettere e appunti (1883-1930), a cura di D. Mack, Milano, Rusconi, 1982.

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