Mannheim report 3: La Bohème

26 giugno. Centoquarantatreesima e ultima rappresentazione dell’allestimento andato in prima il giorno di Natale del 1974. Un Festlicher Opernabend è questo: si prende un allestimento di repertorio e si propone una sola recita dello spettacolo, che vede i ruoli di contorno affidati ai membri della compagnia stabile e quelli protagonistici a cantanti di fama internazionale. Quattro o cinque serate di questo tipo punteggiano ogni stagione e costituiscono un piccolo festival all’interno dell’attività istituzionale del teatro. Questa volta i divi della situazione erano Anja Harteros e Giuseppe Filianoti, sotto la guida dell’indefesso e infaticabile Dan Ettinger.
Sembra incredibile trovare ancora allestimenti tanto tradizionali e old fashion in un teatro tedesco. La data parla chiaro, nessuna rivisitazione e nessun teatro di regia: c’è Parigi, la soffitta, il café Momus e la neve nel terzo atto. Ci sono ricordi della Bohème di Zeffirelli e, diciamolo, su tutto aleggia un rassicurante velo di polvere. Parlando in termini generali direi che è effettivamente ora di dare il cambio a questa seppur piacevole messa in scena: certo che l’idea che la prossima possa essere presa in carico dall’attuale sovrintendente Regula Gerber (amministratrice forse di molti meriti ma regista afflitta da un inesorabile gusto per il brutto a tutti i costi) mi fa pensare che forse rimpiangeremo questi velatini dipinti. Incrociamo le dita.
Come sempre in queste situazioni, i membri residenti sono scelti fra il meglio che il teatro può offrire. Abbiamo avuto quindi il Marcello simpatico e vocalmente robusto di Lars Møller e la Musetta puntuta ma aggraziata di Katharina Göres. Tobias Schabel, il Figaro di ieri, non è più membro stabile del cast ma evidentemente torna spesso come ospite. Qui era Colline. Prevedibilmente però la serata ruotava attorno alle due star, che si sono rivelate per la verità una star e mezza.
Anja Harteros è forse troppo poco fragile e dimessa per essere in pieno Mimì e con lo strumento che possiede è meglio adeguata a ruoli più robusti. Ma la qualità del timbro, la fantasia, la capacità di espandere la voce nei momenti topici sono eccezionali. Il suo Ma quando vien lo sgelo, sostenuto senza batter ciglio sul tempo lentissimo di Ettinger con un crescendo travolgente faceva letteralmente saltare sulla sedia. Alla fine, non c’è niente da dire, la serata è stata principalmente la sua.
Giuseppe Filianoti ha fatto solo intravedere alcune cose: un buon timbro, acuti ancora facili, qualche sparsa nota di commozione. Per il resto direi che non c’era altro. Goffo in scena in maniera disarmante (aveva fondamentalmente due pose: mani in tasca e mani fuori della tasca) ha recitato la parte del salame per tre atti e mezzo, salvo lanciarsi in gesticolazioni da cinema muto al momento della morte di Mimì. Oltre a questo, la voce in molte occasioni non passava il muro dell’orchestra e spariva negli insiemi.
Dan Ettinger ha ripetuto nel bene e nel meno bene la prova delle Nozze di Figaro. Anche qui cose molto interessanti, qualche clangore di troppo e parecchi pasticci. Più della sera precedente e questa volta parte del pubblico ha manifestato il proprio dissenso. I primi fischi al Generalmusikdirektor sono stati un avvenimento, di cui ha parlato anche il Mannheimer Morgen. Nel complesso però, successo calorosissimo con punte di entusiasmo per la Harteros.

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