Mannheim report 1: Parsifal

23 giugno. L’allestimento del Parsifal del Nationaltheater ha debuttato il 14 aprile 1957: quella della scorsa settimana era la 124 rappresentazione. Si tratta, mi dicono, del più vecchio allestimento tuttora in uso e mai uscito di repertorio di un’opera di Wagner. Il Nationaltheater lo riprende almeno due volte l’anno: una il venerdì santo, quest’anno anche il giorno del Corpus Domini. Per l’occasione, la coppa del Graal viene ogni volta tolta dalla bacheca del Museum Zeughaus e portata in teatro. Ogni rappresentazione è un avvenimento che richiama pubblico da tutta la Germania e va esaurita con molti mesi di anticipo. I nostri biglietti sono arrivati come un miracolo dell’ultim’ora dopo che ci eravamo iscritti in lista d’attesa.
Le scene di Paul Walter e la regia (ormai, dopo tanti anni e chissà quante ricostruzioni, la locandina la indica come nach Hans Schüler) sono nel più puro stile Wieland Wagner: proiezioni, immagini astratte, tagli di luce, geometrismi. E naturalmente rispetto assoluto della vicenda e del libretto. Il teatro è estremamente avaro di foto di scena, queste sono immagini storiche, scansionate dal programma di sala:

Anche nella consapevolezza che quello che si vede oggi è senza dubbio e inevitabilmente diverso dallo spettacolo creato 54 anni fa, questo Parsifal affascina e sorprende. Affascina perchè molte soluzioni sono, nella loro semplicità, semplicemente bellissime e suggestive: l’uso del controluce, per esempio, o la disposizione geometrica dei personaggi nella scena oppure l’illuminarsi del rosso Graal durante l’incantesimo del Venerdì Santo. Sorprende perché è la prova vivente che il dare fiducia alla musica e alla vicenda raccontata e su queste costruire una regia consapevole delle leggi del teatro, alla fine ci dice dell’opera molto di più che non lo sbrodolare di teorizzazioni o le riscritture drammaturgiche di certi registini oggi idolatrati, che ritengono le proprie ideuzze da enfant terrible infinitamente più interessanti dei capolavori che sovrintendenti a caccia di pubblicità abbandonano alle loro grinfie. Pensavo al Parsifal di Calixto Bieito a Stoccarda, col protagonista portato a spasso per la scena dentro una vasca da bagno mentre le fanciulle-fiore si avvolgono di nastro adesivo e si disegnano addosso delle croci coi pennarelli. Avrà pure ogni cosa un significato, ma anche qui quante banalità, quante convenzioni seppure travestite da idee d’avanguardia, quanto piatto didascalismo, proprio da parte di chi si fa un vanto di opporsi alle banalità e alle convenzionalità dell’opera.
L’orchestra del Nationaltheater con Wagner è a casa propria e si sente. Dirigeva bene Erich Wächter, a me ignoto. Parsifal era István Kovácsházi, timbro non bellissimo ma emissione facile, acuti rilassati e interpretazione attenta e consapevole. Si può ancora cantare Wagner senza urlare e senza esaurirsi a tre quarti della serata. Bravo, come bravo era stato l’anno scorso nei Meistersinger. Rúni Brattaberg, Gurnemanz, ha uno strumento notevole ma si strozza negli acuti. Per questo non guadagna l’ex aequo con Kovácsházi ma si deve accontentare del secondo posto. Medaglia di bronzo Judith Nemeth, Kundry appassionata e drammatica ma dagli acuti metallici e pericolosamente oscillanti. Vedo che nasce come contralto (diciamo mezzosoprano, va là) e che ha cantato Waltraute a Bayreuth. Questo affrontare Kundry e prossimamente Brunnhilde mi pare arrischiato e non mi sembra che i risultati giustifichino un salto così pericoloso. La Nemeth era l’unica ospite della lunga locandina: tutti gli altri ruoli erano ricoperti dai cantanti residenti, mediamente molto bene. Grande successo.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Mannheim, Opere, Visto e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Mannheim report 1: Parsifal

  1. marcoboh ha detto:

    le scene, da quello che si capisce dalle foto, mi fanno ricordare quello che diceva il professore di scenografia all’università (che negli anni settanta era già anziano): astrazione e suggestione, pochi mezzi e forti risultati. sembrano molto belle.

    • winckelmann ha detto:

      Suggestione, evocazione, immaginazione… sono tutte parole che chiunque lavora in teatro dovrebbe portarsi scolpite nel cervello. Invece non è così, anche perché probabilmente fare una conferenza è molto più facile che prendere nelle mani e gestire l’emozione delle mille persone che riempiono la sala.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...