Dame Felicity, incantevole e leggera

Dall’altra volta che sentii una DBE (Dame of the British Empire) a Venezia sono passati quasi trent’anni. Eravamo al Malibran, erano gli anni che la Fenice era un grande teatro, io ero giovane e sul palcoscenico c’erano Joan Sutherland e, al pianoforte, Richard Bonynge. Sono ricordi che restano.
Questa sera, invece, nella saletta affrescata del Palazzetto Bru-Zane, Dame Felicity Lott, classe 1947, percorreva un prezioso repertorio di chanson e musiche da salotto dell’Ottocento francese, avendo al suo fianco Isabelle Moretti all’arpa. Per citare a spanne Anna Russel, le chanson francesi sono quella cosa che cantano le grandi cantanti senza più voce ma con tanta classe. La Lott di voce ne ha ancora anche se, ovviamente, a una signora di 64 anni non si possono più chiedere fiati interminabili, appoggio impeccabile e acuti adamantini. Ma le chanson, appunto, non sono né Norma, né Semiramide. Inizia con Plaisir d’amour perché, come già insegnava Michael Aspinall, ogni recital che si rispetti deve avere l’antipasto di un’aria antica. Seguono Fauré, Rossini e Donizetti, poi Reynaldo Hahn, Jean Lenoir, André Messager, Paul Bernard e la delirante Frou-frou di Chatau e Delormel.
E’ proprio in questa seconda parte, da Hahn in poi, che la Lott spicca il volo: gli stacchi parlati fra un brano e l’altro dichiarano il suo totale possesso della lingua francese (la Dame ha pure la Legion d’Onore) e la classe, l’eleganza, la musicalità sono impagabili. Vestita di un lungo caftano verde ricamato che farebbe strabuzzare gli occhi a Marta Marzotto, ha caldo e ruba uno spartito al leggio della Moretti per sventolarsi. L’arpista, d’altro canto, freddolosa e scollatissima aveva chiesto dopo il primo brano di chiudere l’aria condizionata. I concerti del Bru-Zane hanno anche questo di bello: in una sala minuscola che tiene poche decine di posti si crea fra artisti e pubblico un rapporto diretto e informale. Così la Lott si siede in poltrona mentre Isabelle Moretti suona Une châtelaine en sa tour di Fauré e, più avanti, Le Carnaval de Venise di Godefroid, che per quanto posso capire io deve essere una specie di dodicesimo grado della tecnica arpistica, con più note della Pastorale di Beethoven concentrate in un quinto della durata. Due bis: Somewhere, over the rainbow e una canzone di Ginastera.
Da quando ho deciso, miracoli dell’età, che andare a teatro col fucile spianato mi rendeva tutto assai noioso, sto imparando ad apprezzare quello che di buono c’è nelle cose, senza perder troppo tempo a stilare liste di quello che non va. Ciò non significa che cervello e orecchie siano stati messi in pausa, né che adesso tutto mi piaccia. Semplicemente, sono diventato più consapevole della relatività dei giudizi e, alla fine dei conti, me la godo parecchio di più. Come questa sera, ad esempio, delibando le lievi eleganze di queste due meravigliose signore.

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2 risposte a Dame Felicity, incantevole e leggera

  1. Questa volta concordo. Piace molto anche a me e devo dire che i suoi lieder di Schubert sono tra i miei favoriti. Non posso dire altrettanto del doppio cd di canzoni francesi, con tanto Ravel e Debussy, ma solo perchè non amo quel repertorio, ma lei è bravissima.

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