Euphrosyne e la povera mrs. Dunlop

Una sera del 1868, nel vecchio Boston Theatre una ragazzina ebbe il suo primo incontro con l’opera. Si chiamava Lillian Norton ma per tutto il mondo sarebbe diventata, di lì a qualche anno, Lillian Nordica. Quella sera si dava Il trovatore e sulla scena agivano il contralto Amalia Patti, sorella meno celebre di Adelina, il tenore Pasquale Brignoli (sublime vocalista ma talmente fifone, si diceva, che mai e poi mai avrebbe firmato un contratto di venerdì o il 13 del mese) e il più amato dei soprani allora in attività negli Stati Uniti, Euphrosyne Parepa-Rosa.
Il poco che resta della sua fama ormai svanita è tutto legato alla carriera americana, che la vide per anni primadonna di una delle più importanti compagnie itineranti degli States, la Parepa-Rosa Grand Opera Company. Eppure Euphrosyne era europea; nata a Edinburgo nel 1836 era figlia del soprano Elizabeth Seguin e del nobile romeno Dimitrius Parepa, barone di Boyescu. Diciottenne, aveva debuttato a Malta nella Sonnambula e negli anni successivi aveva cantato a Napoli, Genova, Firenze, Roma, Madrid, Lisbona e finalmente Londra. Dopo una prima tournée americana, aveva sposato in seconde nozze il violinista e direttore Carl Rosa, col quale fondò la compagnia che per anni la vide primadonna assoluta. Ebbe però vita breve: ammalatasi appena trentaseienne diede l’addio alle scene nel 1872, dopo una rappresentazione degli Ugonotti a New York. Avrebbe però cantato ancora Elsa nel Lohengrin al Drury Lane, pochi giorni prima della morte che arrivò per lei il 21 gennaio 1874.
Euphrosyne Parepa-Rosa, di cui mostro qui sopra un ritratto in una bellissima cabinet card di Jeremiah Gurney, era grossa quanto la sua voce, che era però allo stesso tempo agile e perfettamente educata. L’anno prima di quel Trovatore nel quale l’avrebbe vista la giovanissima Lillian Nordica, aveva partecipato, sempre a Boston, a un Peace Jubilee che gli organizzatori avevano americanamente definito “the grandest music festival ever known in the history of the world”.
L’enorme auditorium appositamente costruito era perfetto per l’enorme voce dell’enorme Euphrosyne, che accompagnata da duecento violinisti aveva cantato l’Ave Maria di Gounod e poi, con coro, organo e orchestra, l’Inflammatus dallo Stabat Mater di Rossini. Il pubblico, scrissero i giornali, si sciolse letteralmente in lacrime. Più avanti nel concerto, vestita con metri e metri di satin bianco con bottoni rossi e blu tornò sul palco per cantare l’inno nazionale. Il corrispondente del Tribune descrisse stupefatto “la sua voce risuonante come una tromba sul frastuono di mille strumenti, diecimila voci, sul rombo dell’organo, la grancassa e tutta l’artiglieria”.
Troppo per un cuore di finissima sensibilità come quello della signora Dunlop di Chicago, travolta dall’emozione al punto che nell’immane risuonare di squilli e gorgheggi si illuse probabilmente di essere già in cielo, chinò il capo e silenziosamente morì. Dopo tante vittime così per dire, la voce di Euphrosyne Parepa-Rosa ne aveva fatta una vera.

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