Elektra sull’isola deserta

Tutti prima o poi se lo chiedono: qual è il mio disco per l’isola deserta? Per quanto riguarda me, sono sicuro che non sopravviverei se il dilemma mi si ponesse sul serio ma partendo dal presupposto che facciamo per finta direi che se proprio dovessi, se proprio non ci fossero alternative, forse partirei con questo.
Che la Rca non abbia voluto, quella volta che mise assieme Fritz Reiner, Inge Borkh  e Paul Schoeffler, incidere Elektra per intero ma abbia optato per un disco antologico resta una dolorosa realtà, la cui spiegazione può forse essere trovata nelle date di registrazione. Ci vollero quattro giorni a fare questo disco, ma distribuiti in tre anni: la danza dei veli della Salome il 6 marzo 1954, il finale della stessa opera il 10 dicembre 1955, i tre lunghi brani da Elektra il 14 e il 16 aprile 1956. E’ chiaro che con agende così complicate, un programma di singoli brani era più realistico e abbordabile che non un’opera completa.
Inge Borkh è stata una cantante per certi aspetti atipica. Tedesca e soprano drammatico, non ha mai particolarmente amato Wagner e nonostante frequentazioni in un repertorio apparentemente eccentrico in cui figuravano Verdi e Puccini, Weber e Shostakovic, D’Albert e Bloch, il suo nome è stato per due decenni indissolubilmente legato a Richard Strauss e a tre personaggi: la tintora della Frau ohne Schatten, Salome ed Elektra. Nata nel 1917, all’epoca di questa registrazione era in carriera da una quindicina d’anni ma solo da quattro o cinque aveva raggiunto fama internazionale. Gli inizi come attrice di prosa lasciarono per sempre su di lei un segno indelebile: la Borkh fu una cantante-attrice nel vero senso della parola, non soltanto per il magnetismo della presenza scenica e l’abilità nella recitazione (fortunatamente qualche video sopravvive) ma anche e soprattutto per quello che anche da un disco emerge con straordinaria evidenza: il possesso di una splendida dizione e la consapevolezza del valore profondamente teatrale della parola cantata.
La Borkh non era una di quelle che in nome di una generica drammaticità esibivano emissioni sbracate, acuti traballanti e una declamazione da sceneggiata napoletana. Senza mai scadere in bassa imitazione della natura, la sua recitazione poggiava sulla consapevolezza che l’opera e il teatro sono altro dalla vita di tutti i giorni e che nell’opera le ragioni del canto non possono passare in secondo piano rispetto a quelle del dramma.
La sua voce non era la lama di acciaio inossidabile di Birgit Nilsson ma il timbro, con quella leggera grana sabbiosa, era personale e inconfondibile. La Borkh non esita, quando l’espressione lo richiede, a sporcarlo, ad appannarlo, a utilizzare un’emissione soffocata al limite del sussurro, come quando, in Salome, canta Und das Geheimnis der Liebe ist grösser als das Geheimnis des Todes. Quello che la differenzia da coloro che Rodolfo Celletti aveva battezzato “le urlatrici di Bayreuth” è il fatto che con lei ogni effetto, anche il più eterodosso rispetto all’estetica del canto da manuale, ha una ragione espressiva esatta e viene realizzato sotto il sovrano controllo della vocalista. L’intera scena dell’agnizione da Elektra come la cantano la Borkh e Schoeffler è uno dei più incredibili esempi di canto straussiano che il disco testimonia e ci sono due punti che ancora adesso, dopo migliaia di ascolti, mi gelano il sangue. Il Nein! di Orest quando Elektra dice il suo nome e l’agghiacciante Orest! con cui la sorella riconosce il fratello creduto morto. Quello stesso grido che con la Nilsson diventa una fantastica occasione per lanciare uno dei suoi acuti al fulmicotone ma resta tutto sommato un’occasione un po’ sprecata, diventa con la Borkh un apice emotivo di intensità straordinaria, sul quale poi Reiner scatena gli ottoni della Chicago Symphony in un vero e proprio terremoto sonoro.
Qualche anno fa, a Vienna, facevo flanella sulla Kärntnerstraße in attesa del Werther alla Staatsoper. Ero entrato in un grande negozio di dischi e guardando qua e là avevo trovato una foto recente della Borkh, riconoscibile ma certo molto cambiata rispetto alle foto patinate degli anni Cinquanta. Ero appena uscito dal negozio che me la trovai davanti: marciava verso il Ring con passo da quarantenne, ombrello in mano e amica al fianco. Naturalmente rimasi impalato e zitto dal perfetto allocco che divento in queste occasioni e non le rivolsi la parola. Ma che dovevo dirle? Che ha inciso un dei più bei dischi della storia? Secondo me lo sa già.

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3 risposte a Elektra sull’isola deserta

  1. Non sono mai riuscito a condividere questa tua passione. Le cose che ho ascoltato (Fidelio, 4LL, Elektra) non mi hanno entusiasmato: ho trovato mezzi vocali notevolissimi e padronanza tecnica ma non le emozioni che descrivi tu.

    • winckelmann ha detto:

      Il cuore ha ragioni che la ragione non conosce. Gli stessi fattori producono in persone diverse risultati diversi. La musica è bella anche per questo, no? Comunque sei giovane, non perdere né speranza né pazienza, un giorno capirai anche tu 🙂

  2. amfortas ha detto:

    Incontro notevole, il tuo!
    Anch’io amo molto la Borkh e Elektra è sempre un’esperienza, a teatro.
    Alla domanda qual è ecc… io non saprei rispondere, nel senso che darei ogni giorno una risposta diversa.
    Sicuramente non posso fare a meno del Don Giovanni, questo è sicuro. Credo che davvero non ptrei farne a meno.
    Ciao!

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