Notarelle di viaggio

Passare un po’ di giorni in Germania per un appassionato di musica e teatro è come per uno shoppingdipendente farsi le vacanze da Harrod’s. Anche se nella storia della musica ha avuto un ruolo per niente secondario, Mannheim non è certo Berlino, né Amburgo o Dresda. E’ una bella città di provincia, con una attività culturale che nella Germania economicamente in braghe di tela di oggi viene definita un pallido riflesso di quella di dieci anni fa, ma che paragonata alla situazione italiana fa semplicemente impallidire.
In una settimana ho visto due opere e uno spettacolo di prosa e sentito due concerti. Questo solo per quanto riguarda musica e teatro, per non parlare di Fausto Melotti alla Kunsthalle, degli Staufer al Reiss Museum e di varie altre piccolezze.
L’inizio è stato interlocutorio. Al Rosengarten, un centro congressi dall’attività frenetica che ospita nella maggiore delle sue sale anche la stagione sinfonica dell’orchestra del Nationaltheater, l’attuale Generalmusikdirektor Dan Ettinger ha diretto un programma bello sulla carta ma alla resa dei conti non convincente. Perché le cantate di Bach vanno fatte in chiesa oppure in sale di dimensioni adeguate, perché l’arrangiamento di Detlev Glanert dei Vier Ernste Gesänge di Brahms non è brutto ma uno si chiede a cosa serve e infine perché le Haydn-Variationen del Brahms medesimo sono, diciamocelo, una pizza. Alla fine la figura migliore l’ha fatta quel vecchio matto di Edward Elgar con la Fantasia e fuga op. 86, che trasforma la BWV 537 di Bach in un hollywoodiano fuoco d’artificio. Roman Trekel, baritono, è pallido come interprete quanto lucida è la sua testa senza un capello, mentre Ettinger ha capelli e personalità per due e anche più.
La sera dopo, Jenufa al Nationaltheater.

Avevo già visto lo spettacolo l’anno scorso ed ero quindi preparato all’inesorabile bruttezza dell’allestimento. La regia è di Regula Gerber, attuale sovrintendente del teatro, e non sa di nulla. Rimesta nel paiolo dei luoghi comuni della regia germanica, si butta sul brechtiano, tenta la carta delle avanguardie storiche ma è soprattutto una resa totale all’estetica del brutto. Per fortuna, quello che si sentiva era infinitamente superiore a quello che si vedeva, soprattutto per merito di Ludmila Slepneva, Jenufa, e di Susan Mclean, la sagrestana, che ha ormai lasciato la compagnia stabile per altri e più illustri ingaggi – è oggi alla Deutsche Oper am Rhein di Düsseldorf e l’estate scorsa è stata Kundry a Bayreuth. Straordinarie l’una e l’altra ma soprattutto la Mclean, che nonostante l’imbarazzante infagottamento cui la costumista l’ha condannata, è stata non solo vocalmente ineccepibile ma anche scenicamente eccezionale. Da brividi (nella foto qui sotto è la seconda da sinistra, mentre la Slepneva è al centro).

La sera dopo, nella sala piccola del Nationaltheater (eh già, due sale una per la prosa e una per l’opera, il più delle volte attive simultaneamente) Der Besuch der alten Dame (La visita della vecchia signora) di Dürrenmatt.
Dopo ancora, nella Konkordienkirche, il Weihnachtsoratorium di Bach con il coro del Conservatorio. A sentire il quale mi venivano in mente le quattro galline sfiatate che eravamo io e i miei compagni di sventura alle lezioni di canto corale quando io ero al conservatorio, e anche qui c’era di che impallidire al confronto. E poi, a me il coro iniziale dell’Oratorio di Natale mi fa venire una pelle d’oca così.
Finale col botto, per dir così, ancora al Nationaltheater col Barbiere di Siviglia. Spettacolo delizioso, per niente caricato (i tedeschi scambiano spesso l’opera buffa con la farsa un po’ sbracata), scenicamente raffinatissimo e calibrato nel mostrare simultaneamente dentro e fuori, sopra e sotto degli ambienti nei quali si svolge l’azione. I migliori nel cast sono Marie-Belle Sandis, Rosina mezzosoprano un po’ roca in basso ma agile e fantasiosa nelle variazioni e scenicamente scatenata, e sorprendentemente Thomas Jesatko, passato da Wotan e Klingsor (anche a Bayreuth gli ultimi tre anni) a Don Bartolo. Boris Grappe, Figaro, parte moscio e si carica nel corso della sera, ma resta sempre un po’ pallido. David Lee, Almaviva, ha un bel timbro e non si strozza negli acuti e questo è bene. Non è un fulmine nella coloratura e questo in Rossini è meno bene. Però è anche vero che se gli ultimi tre Almaviva che ho sentito in teatro sono stati, andando a ritroso, Juan Diego Flòrez, Bruce Ford e Rockwell Blake non è che in giro si senta mediamente di molto meglio di questo simpatico coreano. Men che meno nei blasonati teatri italiani, spesso con le pezze al culo ma sempre pronti ad alzare il sopracciglio quando si parla di teatri tedeschi.

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