Alla Scala senza voce

Conoscevo una signora che ogni volta che entrava alla Scala, per l’emozione perdeva la voce. Quando lo raccontava io ero scettico e tendevo in generale a fare un po’ di tara alle sue affermazioni. Essendo nata e avendo trascorso l’infanzia a Milano, aveva come cavallo di battaglia del suo repertorio il racconto di quando, bambina, seguì dal loggione il concerto di Toscanini con cui si riapriva la Scala ricostruita dopo la guerra. Con una stilla di dubbio sempre presente io passavo ore ad ascoltarla. Una volta erano i fischi alla Traviata di Karajan, con la giovanissima Freni che si presentava al proscenio con le mani sui fianchi come a dire: dai, fischiate ancora se ne avete il coraggio; una volta era una Carmen a Firenze, con Corelli che davanti a una Verret sbigottita attaccava l’aria del fiore in italiano, si beccava un uragano di applausi ma anche l’uscita di un toscano sagace in galleria: o Horelli, l’ahuto almeno ce lo potevi fare in francese!
Insomma, torniamo a noi, la signora sosteneva che il solo metter piede alla Scala le faceva andar via la voce. Io ci credevo si e no, ma dovetti arrendermi all’evidenza quando alla Scala ci andammo insieme. Era il 1977, la stagione che si era aperta con l’Otello diretto da Kleiber mandato in diretta dalla RAI la sera del 7 dicembre. Avevo 17 anni ed ero alla Scala per la prima volta: fino ad allora gli unici teatri che conoscevo erano quello della mia città – carino ma, insomma, niente di paragonabile – e il Comunale di Firenze, che non è precisamente un bel teatro. La lieve delusione maturata alla vista dell’esterno, che mi figuravo di un’imponenza paragonabile almeno a sette Palais Garnier messi uno sull’altro, svanì appena entrammo nel foyer e diventò vera e propria sindrome di Stendhal all’ingresso in sala. Ma la mia reazione fu nulla a paragone di quella della signora, la quale restò veramente afona per tutta la durata dello spettacolo, salvo riacquistare tutta la sua loquela qualche tempo dopo essere uscita.
Al di là del teatro in sé, c’era veramente di che essere emozionati quella sera. Si dava Faust nel meraviglioso allestimento di Jean-Louis Barrault. Dirigeva Georges Prêtre, cantavano Alfredo Kraus, Mirella Freni e Nicolai Ghiaurov. Fu un tale bombardamento di meraviglia che alla fine, quasi come a difendersi dalla sopraffazione, il mio cervello cancellò quasi tutto, lasciandomi solo tre o quattro flash: l’eccitazione quasi insostenibile del valzer nel secondo atto, le piroette della Freni nei lunghi trilli dell’aria dei gioielli e soprattutto la voce torrenziale di Ghiaurov, in piedi su un tavolo a cantare Le veau d’or. Esiste una registrazione di quelle recite:

Sarei tornato alla Scala molte altre volte e altrettante spero di tornarci, però l’emozione di quella prima  restò e resterà unica. E’ da invidiare la signora dei racconti, perché invece riusciva ogni volta a rivivere quella magia come fosse nuova. Anche se questo la portava ad essere, proprio nel tempio dell’opera, roca come una cornacchia.

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5 risposte a Alla Scala senza voce

  1. marcoboh ha detto:

    come sarebbe che la facciata ti deluse? non mi toccate il piermarini!!

    • winckelmann ha detto:

      ma per carità, gaimmai non fia. E’ che nella mia ignoranza di ragazzino pensavo di trovarmi davanti soprattutto un edificio GRANDE, mentre la Scala è grande, si, però le reali dimensioni del tutto non traspaiono da una facciata che, imparai dopo, fu pensata per essere vista dalla stretta via su cui allora dava e non dalla piazza realizzata con lo sventramento ottocentesco.

  2. Amfortas ha detto:

    Anch’io rimasi deluso dalla relativa poca imponenza della Scala, la prima volta che ci andai.
    Il Faust in questione è una meraviglia 🙂
    Ciao!

    • winckelmann ha detto:

      Eh si. Fra l’altro non sapevo nemmeno che ne esistesse una registrazione completa. L’ho trovata in rete l’anno scorso e prontamente scaricata. E pure ascoltata, che con me non è così automatico visto che la mia capacità di download è infinitamente superiore a quella di effettivo ascolto…

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